Scegliere qualcosa da leggere su IS e jihadismo oggi in Italia

Il mondo, oggi, è pieno di pubblicazioni sull’organizzazione Stato Islamico e sul jihadismo. Migliaia di libri, milioni di articoli. Se c’è una cosa che accomuna la maggior parte di questo […]

Il mondo, oggi, è pieno di pubblicazioni sull’organizzazione Stato Islamico e sul jihadismo.

Migliaia di libri, milioni di articoli.

Se c’è una cosa che accomuna la maggior parte di questo materiale è che i suoi autori pensano di poter dire la qualsiasi sui due temi.

Si sentono autorizzati proprio grazie all’ammasso di pubblicazioni disponibili, nelle quali possono pescare senza posa in forme più o meno corrette e dalle quali possono estrarre smodatamente frasi da virgolettare.

E’ un gigantesco gioco di interpolazioni e interpretazioni.

Ne esce fuori un rumore assordante e, anche, un’esplosione incontrollata di teorie e ipotesi.

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Sull’organizzazione Stato Islamico e sul jihadismo fioriscono pubblicazioni-cartaigienica, insomma, spesso spacciate per autorevolissime analisi.

E siccome in mezzo a questo magma la disciplina e il metodo vanno a farsi benedire, risulta facile manipolare la materia, mettendola al servizio del proprio progetto o programma, o della propria idea precostituita.

Sull’organizzazione Stato Islamico e sul jihadismo si possono fare “libri a tesi” lunghi un migliaio di pagine poggiando i propri ragionamenti su “studi e ricerche” più o meno autorevoli, o anche leggendo con occhio strabico “studi e ricerche” certamente autorevoli.

In questi casi ciò che può sembrare l’esposizione “pura e semplice” di dati, diventa uno strumento per indirizzare il lettore verso un ragionamento molto connotato dal punto di vista dell’ideologia e della propaganda.

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Sull’organizzazione Stato Islamico e sul jihadismo che lo precede e/o lo circonda sono usciti due libri in inglese fatti molto bene.

Il primo è di Hassan Hassan e Michael Weiss, si chiama ISIS: Inside the Army of Terror (2015).

Il secondo è di Charles Lister, si chiama The Syrian Jihad (2015).

A quanto so, nessuno dei due libri è finora stato preso in considerazione per una traduzione in italiano.

In italiano abbiamo L’ascesa dello stato islamico. ISIS, il ritorno del jihadismo di Patrick Cockburn (2015), che ha un problema.

Il problema è che il suo autore parla molto bene della situazione iraqena, perché la conosce, mentre omette (e crea grossi fraintendimenti, a volte dando versioni semplicistiche di processi molto complicati) la questione siriana.

Poi abbiamo ISIS. Il marketing dell’apocalisse di Bruno Ballardini che, dal mio punto di vista, è un’occasione mancata: è un libro scritto da un esperto di marketing che di ISIS fino a ieri non sapeva niente.

Bastava affiancare a Ballardini uno che l’ISIS potesse almeno inquadrarlo un po’ e sarebbe uscito un ottimo libro.

Ma vabbe’.

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Se dovessi consigliare a un editore un libro sull’organizzazione Stato Islamico gli direi di tradurre Hassan Hassan e Michael Weiss.

Il libro di Lister, infatti, pur essendo davvero documentatissimo (e forse proprio per questo), è di una noia mortale.

Un mercato come quello italiano ha bisogno di qualcosa di più narrativo e Inside The Army of Terror ha il pregio di narrare.

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Leggere i due libri che ho citato non sarebbe sufficiente per capire qualcosa sulle dinamiche di radicalizzazione che portano giovani cittadini europei e nordamericani a unirsi all’organizzazione Stato Islamico o a compiere attentati di qualche genere in Europa e in Nordamerica in nome di quell’organizzazione (o altre simili).

A questo riguardo consiglierei, ad esempio, i lavori di Farhad Khosrokhavar, sociologo iraniano-francese di scuola francese, primo fra tutti L’Islam dans les prisons (2004) ma anche Radicalization (2014).

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Avendo letto tutta questa roba rimarrebbero da capire tante cose, certamente.

Ma almeno qualche base per ulteriori approfondimenti ci sarebbe.

Mancherebbe la parte che riguarda “la ricezione”.

Su questo inviterei a dare uno sguardo a questo lavoro del Washington Post sull’industria del counterterrorism: Top Secret America.

E poi a The Islamophobia Industry (2012) di Nathan Lean.