Non era primavera e non è finita

Era il 28 dicembre quando scrivevo il primo post sulla rivolta tunisina, titolo: “Rivolta in Tunisia”: “Tutto è iniziato lo scorso sabato 18 dicembre, giorno di mercato, a Sidi Bouzid, una cittadina fortemente depressa nell’entroterra di Sfax. Secondo AFP il giorno prima un giovane ambulante di frutta e legumi si era dato fuoco davanti alla prefettura della città perché la polizia gli aveva confiscato la merce. Viene portato in ospedale in fin di vita. Seguono scontri con danni e feriti in diverse aree della città contro le forze dell’ordine. Secondo al-Jazeera gli scontri si sono estesi ad altre città: al-Ragab, Maknasi, Bouziane arrivando fino a Tunisi. A Bouziane, venerdì 24, è morto un ragazzo, Mohamed Ammari. Al centro della protesta la mancanza di lavoro (molti sono gli assembramenti in prossimità delle sedi dei sindacati), ma la rivolta ha un carattere più ampio, afferma la blogger tunisina di GlobalVoices Lina ben Mhenni. I tunisini sono stanchi di Ben Ali e del suo regime corrotto. Una pagina di FB aperta dagli attivisti è stata bloccata. Vi si parla, fra l’altro, di un uso spropositato della forza in diversi contesti da parte della polizia. Quella gente non ce la fa più e bisogna dar loro supporto”.
Ero in ritardo sugli eventi ma fino a quel giorno la notizia in Italia non era passata proprio, neanche per sbaglio, e non avevo gran fiducia sul fatto che il mio post avrebbe suscitato attenzione. Il giorno dopo ne scrivevo un’altro, dal titolo “C’è qualcuno là fuori?”: “La rivolta in Tunisia non accenna a spegnersi. Siamo al dodicesimo giorno e da queste parti avverto solo il fragoroso suono del silenzio, nonostante l’Italia sia il secondo partner commerciale della Tunisia e quel paese disti dal nostro solo poche decine di chilometri. Diversi esponenti politici tunisini accusano al-Jazeera, l’unico network televisivo a non ignorare la rivolta di questi giorni in Tunisia, di “esagerare” sulle dimensioni del dissenso. Ben Ali farfuglia in televisione ma non è credibile, davvero. Non c’è esagerazione, la Tunisia è in rivolta”.
Ci volle un’altra settimana buona prima che il mondo dell’informazione, in Italia, si accorgesse che la rivolta tunisina era una cosa seria, che non si sarebbe fermata. Ma non c’erano cornici in cui inserire il fatto, non c’era la benché minima capacità di analisi: categorie vecchie, riflessioni viziate dal pregiudizio, nel migliore dei casi una retorica insopportabile. Il 9 gennaio in “Le cronache della vergogna” scrivevo: “Leggo analisi. Il mercato globale, la crisi, i prezzi. Beppe Grillo, Repubblica: aiuto aiuto, il mondo rischia di scoppiare. La grande fame, rischio rivolta globale. Solo analisi. Non c’è un solo personaggio di spicco in questo paese che abbia espresso perlomeno solidarietà. Nessuno, proprio nessuno, che abbia detto che le persone che manifestano – e muoiono – in Tunisia e in Algeria hanno ragione. Nessuno che abbia detto ‘dobbiamo appoggiare il processo democratico’ o qualcosa di lontanamente simile. Lì sono soli, con le loro pietre, con i loro bastoni, a chiedere quello che è giusto chiedere: libertà, democrazia, dignità. Non ci sono islamisti radicali in giro. Non c’è un alqaidista che tesse le fila. Almeno per ora. Ma noi ci limitiamo a dire che c’è il rischio che la crisi ci travolga. Aiutiamoli a casa loro. Ammazziamoli a casa loro”. Per il
mainstream, abituato al circuito informativo tradizionale, non sembrava possibile che le notizie provenienti dalla rete fossero affidabili, che la rete fosse la fonte per avere il polso della situazione, che fosse quello il punto in cui cercare per trovare una chiave di lettura a ciò che stava succedendo. Non era possibile che uno sparuto gruppo clandestino e censurato di giovani tunisini potesse dire a tutti, a tutto il mondo, che ormai il dado era stato tratto, che i tunisini non sarebbero tornati indietro, che Ben Ali se ne sarebbe andato.

Poi a un certo punto Ben Ali è scappato via, in Arabia Saudita, e il mondo dell’informazione ha sciolto la riserva e ha cercato di correre ai ripari riesumando vecchi arnesi con fama di “esperti del Medio Oriente”, o mettendosi alla disperata ricerca del “precedente” comparabile, un’attività che porterà più tardi – ammiccando a quella di Praga (anche questa dicitura fu un’invenzione dei media) – a etichettare il tutto come “primavera araba”.
L’agenda dei poteri globali è definitivamente cambiata quando è saltato anche Hosni Mubarak, l’11 febbraio. La “tempesta perfetta” evocata da Hillary Clinton a inizio mese rischiava di portarsi via tutto, gli interessi in gioco erano troppo forti e gli equilibri geopolitici rischiavano di collassare. Tre giorni dopo, il 14 febbraio, iniziava la rivolta in Bahrain, sedata nel sangue e repressa con l’intervento dell’esercito saudita: era tutto un “complotto iraniano”. Qualche giorno più tardi scoppiava la Libia, ma scoppiava storta: entro pochi giorni da “rivolta” si era già trasformata in “insurrezione armata” per poi, a marzo, divenire “guerra umanitaria”: di giorno in giorno venivano smascherati gli interessi in campo e accanto al tradizionale “Occidente” facevano capolino i paesi del Golfo, Qatar in testa: quella che molti hanno chiamato “controrivoluzione” si scopriva essere, appunto, una nuova agenda: il mondo arabo stava per declinare la democrazia in una versione liberista-islamizzante, apertura al libero mercato e influenza economica degli ultraconservatori della Penisola Araba. Gli occhi si sono tutti rivolti, a questo punto, verso la Siria, un paese che non fa parte dell’area di influenza occidentale e che si trovava nella particolare situazione di non aver vissuto un cambio di regime
prima che la nuova agenda entrasse in ruolo. Il risultato è oggi un paese schiacciato fra due grandi forze uguali e contrarie: da una parte il tiranno non vuole lasciare e reprime, dall’altra l’“Occidente” e i paesi del Golfo vogliono gestire la transizione.
Tutti questi processi, tuttora in corso, venivano e vengono raccontati con la retorica della “primavera”. Sotto questa rubrica andavano e vanno tutte o quasi le notizie provenienti dal mondo arabo –ormai anche gli articoli di moda e costume – e, ovviamente, in questo gioco narrativo, rientrano una infinità di demenziali metafore “stagionali”. La primavera è già finita, dalla primavera araba all’autunno islamista, la primavera araba e l’inverno della censura. Il tutto segue particolari cicli che con la meteorologia non ha nulla a che vedere: da una parte c’è il ciclo dei
media che è ancora una volta, se possibile, il sintomo di un rifiuto arcano a voler accettare la complessità degli eventi in paesi così negletti, un ciclo che porta “the protester”, un indifferenziato soggetto collettivo tutto sommato simpatico, sulla prima pagina del Time, dall’altra c’è il ciclo dei poteri globali, che spingono per normalizzare la situazione, avendo già ben chiara la mappa del nuovo “Medio Oriente”, del nuovo “Nordafrica”. Sotto la superficie vanno riformattandosi le istanze di libertà e giustizia sociale verso “valori” più amichevoli e rassicuranti: un’assetto economico e sociale che permetta all’Occidente di tutelare i propri interessi e alle petromonarchie di assicurarsi un futuro di prosperità in un mondo che, sempre meno schiavo degli idrocarburi, potrebbe non aver più bisogno di loro, e una democrazia politica, o meglio una “rappresentazione” della democrazia, basata sul rito elettorale, che porta alla ribalta chi da decenni aspettava il proprio turno, vivacchiando o resistendo all’ombra dei regimi: gli ormai sdoganati movimenti legati alla Fratellanza Musulmana. Sotto la superficie, però, c’è anche, ancora, molto fermento: lo vediamo ad esempio in Bahrain dove, sebbene silenziata, la rivolta continua, o in Yemen, dove la transizione pilotata dal Consiglio di Cooperazione del Golfo porta i giovani promotori della rivolta a scendere di nuovo in piazza. Lo vediamo addirittura in Libia dove, nonostante tutto, c’è chi manifesta usando gli stessi slogan di dieci mesi fa. Certo, a questa loud minority è stato messo il silenziatore. Ma di rabbia ce n’è ancora, e forse ce n’è di più, quella “collera” per così tante volte evocata nel bimestre che va dalla fine di gennaio (il 25 gennaio è il giorno della prima manifestazione in Egitto) fino a marzo, quando ormai il Libia vigeva la no-fly zone e i carri armati sauditi scorrazzavano per Manama. La stessa rabbia che ha riportato alla ribalta le piazze egiziane proprio nei giorni in cui si celebravano elezioni volute fortemente da chi, in quel paese, rappresenta la conservazione.

E’ proprio in Egitto, cuore anche demografico del mondo arabo, che si gioca la partita più importante: lì appare chiaro quanto la “forza delle urne” sia stata messa in opposizione alla “forza della piazza” in una corsa alla delegittimazione dei movimenti che qui conosciamo bene, anzi benissimo, perché viviamo in un luogo dove la democrazia si identifica con il diritto al voto, dove esiste una democrazia “in politica” – fra l’altro in questi tempi sospesa – che sempre più si allontana da una democrazia “nelle relazioni sociali”. Ma è questo secondo genere di democrazia che i fautori delle rivolte chiedevano e chiedono tutt’ora. E’ quest’ultima cosa che, lì e qui, viene e verrà negata. C’è però una cosa che forse, nonostante le nuove forme di censura, non cambierà più, se non per andare a incrementarsi: è il volume dell’informazione libera, su cui i rivoltosi hanno dato un segnale di non ritorno: non si può fermare.

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