Il Qatar in Libia e la Libia in Qatar

1. SE DOVESSIMO INQUADRARE IL QATAR usando i consueti punti di riferimento ci troveremmo, arrivati a un certo limite, ad avere fra le mani solo un buon numero di punti interrogativi: paese piccolo, poco popolato, le cui attività produttive sono a senso unico (estrazione di petrolio e gas), dalla rilevanza geopolitica relativa in presenza di mastodonti come l’Iran e l’Arabia Saudita, con un esercito microscopico. Saremmo tentati di valutare la sua presenza sempre più frequente nel contesto internazionale come una sorta di testimonianza, come un qualcosa che non va oltre a una formale adesione alle iniziative di quello che chiamiamo «Occidente» o della Nato. E rischieremmo di valutare solo in termini di folklore notizie certo secondarie ma non per questo asintomatiche come quella secondo cui il Qatar, organizzatore dei Mondiali di calcio del 2022, compra calciatori algerini che giocano in Europa offrendo loro molto denaro e la cittadinanza dell’emirato. Questa impostazione, tuttavia, farebbe a pugni con ciò che vediamo di giorno in giorno più chiaramente: una sempre più rilevante presenza di Dōḥa nelle vicende di politica internazionale, in special modo in Libia.


2. In un mondo dominato dalla guerra dell’Occidente al terrorismo islamico, l’informazione per almeno un decennio ha basato implicitamente le proprie analisi sulla teoria dello «scontro di civiltà», trascurando ciò che accadeva negli scintillanti grattacieli di Dōḥa, Abu Dhabi, Dubai, Jedda, Manama. In quei luoghi, in quei paesi, si gettavano le basi per l’apertura di una nuova nicchia del mercato mondiale, uno spazio economico che, seppur collegato al resto del mondo, ha stabilito le proprie barriere d’entrata e ha approntato le proprie strategie a livello internazionale, servendosi di Stati e diplomazie. Le grandi economie petrolifere, in cerca di una diversificazione degli investimenti resa pressante dall’entrata in campo di nuovi soggetti e dalla prospettiva di una scarsità sempre maggiore di scorte, hanno riversato negli ultimi decenni le loro ingenti liquidità negli ambiti economici più diversi, da quello finanziario a quello immobiliare, passando per quello informativo e, non ultimo in termini strategici, il settore delle merci ḥalāl, cioè quei prodotti alimentari, farmaceutici, manifatturieri e altro che, attraverso sistemi di controllo delle filiere produttive, assicurerebbero ai consumatori una sorta di «garanzia di islamità». Si tratta di grandi economie in continua e sorprendente espansione che si proiettano sull’Oceano Indiano incrementando costantemente i loro rapporti con la Cina, portandosi dietro l’intero «progetto Malaysia», tutto incentrato sull’economia ḥalāl, e trainando in buona parte l’economia indonesiana che, ricordiamolo, è produttrice di petrolio.

Se nello scacchiere internazionale si pongono a fianco dell’Occidente – il loro nemico giurato, l’Iran, è lo stesso nemico dell’America, e il loro paradigma economico è quello del libero mercato globalizzato – nel dominio dell’economia emiri e re della Penisola araba sono portatori di una sorta «eccezione di islamità», una patina di «correttezza islamica» che si manifesta in quella che abbiamo imparato a conoscere come «finanza islamica» – che offrirebbe ai propri clienti una gestione «islamicamente corretta» dei capitali seguendo il precetto islamico del divieto dell’usura (ribā) – e nel suddetto mercato delle merci ḥalāl (il settimo World Halal Forum si terrà a Kuala Lumpur il prossimo aprile). Un modello, quello dell’islam di mercato che, pur non risolvendo una certa ipocrisia di fondo – non è comprando una merce che si diventa buoni fedeli né la finanza islamica può considerarsi a tutti gli effetti un sistema che garantisca di per sé il divieto islamico dell’usura: le operazioni economiche della finanza islamica aderiscono a un codice etico, anch’esso in parte criticabile, ma non sono sottoposte a controlli da parte di authorities terze – garantisce l’esistenza di una filiera produttiva «speciale » che i più maliziosi definirebbero come un vero e proprio protezionismo. Non si pensi, però, che i grandi attori dell’economia globale non partecipino del business della finanza islamica o del mercato ḥalāl. Diverse banche europee e americane hanno aperto i loro sportelli «islamicamente corretti» e agenzie di marketing di prim’ordine partecipano alla costruzione dell’ormai ben radicato «islamic market». La ricaduta in termini socio-politici di questo modello, indagato da studiosi come Olivier Roy e Patrick Haenni, è quello di un «purismo normativo » innervato di etica ultraliberista che tende a sostituirsi all’islam storico, o meglio «tradizionale», nei luoghi dove si installa e che porta con sé un’idea di società che fa dell’«islamicamente corretto» la propria cifra, il proprio regolo. Il fenomeno è così evidente e distribuito che, se letto con una punta di malizia, ci fa riconsiderare la storia del terrorismo jihadista, e soprattutto qaidista, nei termini di una «deviazione» pericolosa di questo crogiuolo sociopolitico ed economico dall’effetto «re-islamizzante», di questa re-islamizzazione globalizzata dai contenuti fortemente identitari e «monoculturali».


3. Le monarchie del Golfo hanno una politica interna contraddistinta da una parte dall’assenza di democrazia (e nel caso dell’Arabia Saudita, anche di costituzione) e dall’altra dalla presenza di un’opposizione islamista radicale di impronta salafita e/o wahhabita che, in alcuni casi – vedi Osama bin Laden – ha scelto la via del takfīr e del jihād. Si tratta di regimi che regnano su un numero ridotto di sudditi che, con l’eccezione del Bahrein – punto di frizione delicatissimo col vicino Iran – vengono coccolati con sussidi, agevolazioni, diritti di precedenza (alla base del funzionamento di questo sistema c’è – è sempre bene ricordarlo – l’utilizzo di forza lavoro immigrata ridotta in stato di semi-schiavitù) e la cui preoccupazione principale è di proporre un modello di società islamica che preservi il libero mercato senza apparire «occidentalizzata». L’avanzatissimo livello di integrazione di questi paesi con l’economia globale e la loro posizione speciale di «bastione dell’Occidente» in opposizione all’Iran, dona ad essi una sorta di immunità dal punto di vista della critica degli affari interni sui quali, appunto, la politica internazionale preferisce soprassedere.

Quanto alla politica estera lo strumento congiunto dei regimi della Penisola è invece il Consiglio dei paesi arabi del Golfo (Gcc), un’organizzazione che va sempre più compattandosi a partire dalla caduta dei regimi tunisino ed egiziano (e nel caso della rivolta in Bahrein), e che si è contraddistinta in questi mesi per aver invitato ad aderirvi paesi arabi che nel Golfo non si trovano come il Marocco e la Giordania oltre che – ironicamente – aver promosso al suo interno la formazione di una «rete unica per la difesa dei diritti umani». Una direzione, quella presa dal Gcc, che prefigura una sorta di replica «economicista» e «golfocentrica» della Lega Araba, la cui autorevolezza è ormai ridotta al minimo, nella quale spiccano i protagonismi di Arabia Saudita e Qatar. Questi due paesi, a lungo in conflitto fra loro (si pensi ad esempio alle diverse posizioni riguardo a Libano e Siria), sono oggi in una rinnovata fase di riconciliazione, contraddistinta da una politica estera sempre più convergente specialmente nei confronti dei paesi arabi in rivolta.

I referenti politici (e culturali) delle monarchie del Golfo nel resto del mondo arabo e islamico sono quei movimenti di ispirazione islamica la cui ideologia non esclude il libero mercato – anzi spesso lo accoglie a braccia aperte – né in ultima analisi un’adesione al gioco della democrazia, ma nel cui dna si trova un’ideale di società ispirata ai princìpi di un islam sunnita, conservatore nei costumi e nei paradigmi. Si tratta di una galassia molto variegata di organizzazioni che va dalla Fratellanza musulmana, presente ovunque in varie forme, ai vari movimenti salafiti, di osservanza propriamente wahhabita o meno.

Il legame fra monarchie del Golfo e movimenti di matrice islamica passa per diversi canali. Si va da un implicito consenso riguardo a certe posizioni espresse dalle formazioni politiche che denominiamo genericamente «islamiste» (ad esempio la šarī‘a come fonte giuridica principale dello Stato) al finanziamento più o meno diretto di alcune organizzazioni o gruppi «islamici» da parte di singoli «magnati » e/o direttamente per via governativa. Ciò è estremamente rilevante nel contesto creatosi in seguito all’esplosione delle rivolte nei paesi arabi. Questi movimenti hanno assunto un nuovo ruolo politico, forse determinante: se i Fratelli musulmani e le sigle ad essi associate, forti di un’organizzazione strutturatasi nel contesto dei precedenti regimi, appaiono una forza elettorale determinante, i salafiti, specialmente in Egitto, passano progressivamente dalla loro tradizionale posizione «quietista» a una peraltro rumorosa entrata in politica (si veda ad esempio la manifestazione «islamista» di piazza Taḥrīr che ha attirato in massima misura l’attenzione dei media occidentali).

Anche in questo caso emerge fra Arabia Saudita e Qatar una nuova convergenza nell’individuare come propri interlocutori proprio quei soggetti della galassia dell’islam politico in grado di far sentire il proprio peso nei nuovi, nascenti equilibri. Per fare l’esempio egiziano è recente la visita, con relativo appoggio economico, dell’ambasciatore saudita alla sede del partito mainstream dei Fratelli musulmani egiziani: Libertà e Giustizia. Così come è recente la scoperta in Egitto di un finanziamento privato di venti milioni di dollari pervenuto proprio dal Qatar all’organizzazione salafita degli anṣar al-sunna al-muḥammadiyya a partire dal 25 gennaio.


4. Agli albori del Cablegate, assieme alle notizie sull’«ossessione» dei paesi arabi del Golfo per il nemico iraniano, emergevano alcune importanti notizie sul Qatar. Sebbene dai dispacci emergesse chiaramente che la maggior parte dei finanziatori occulti di al-Qā‘ida fossero sauditi, il piccolo emirato era considerato «il peggiore [attore] nella regione» in quanto a collaborazione nella lotta al terrorismo, specialmente in relazione alle attività di finanziamento dei diversi gruppi. Il Qatar dava supporto a «problematic players » come Ḥamās, Ḥizbullāh e la Siria sebbene, contemporaneamente, cercasse di rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti e i suoi partner del Consiglio di cooperazione del Golfo, comportandosi in politica estera da piccolo paese che tiene i piedi in più staffe tendendo a stringere legami con partner in contrasto fra loro. Al-Qā‘ida, i taliban, Lashkar-i-Toiba e altre formazioni usavano insomma il Qatar come base per il fundraising e il governo del Qatar non prendeva iniziative per il timore di venire considerato troppo allineato agli Stati Uniti.

Ciò aveva a che vedere col problema della suddetta opposizione interna, un problema riemerso proprio negli ultimi tempi: l’unica espressione di dissenso levatasi dal Qatar nei mesi più infuocati delle rivolte arabe fu una pagina di Facebook (che ha tuttora circa trentamila iscritti) che inneggiava alla «rivoluzione della libertà» accusando l’emiro di essere un «traditore cliente degli ebrei» (girava un video in cui si accusava l’emiro di aver appoggiato gli israeliani durante l’operazione Piombo fuso) e filoamericano: temi che di certo non appartengono ai rivoltosi che conosciamo. Proprio in quei giorni fonti iraniane insinuavano che quel dissenso provenisse dai vertici dello Stato in base al rinvenimento di un documento firmato da sessantasei «fra politici, personalità, šayḫ e membri della famiglia dell’emiro».

Altro importante riferimento nei dispacci della diplomazia americana era al canale televisivo satellitare «panarabo» Aljazeera, descritto come «uno strumento di influenza qatarina» e «espressione, sebbene non coordinata, della politica estera nazionale». Dōḥa avrebbe continuato «a usare Aljazeera come strumento di contrattazione per aggiustare le relazioni con altri paesi, in particolare quelli stiz­ziti dalle trasmissioni di Aljazeera, inclusi gli Stati Uniti». Un ruolo fondamentale se, come scrive David Robert su Foreign Affairs, il Qatar «spera di inserirsi come mediatore chiave fra il mondo musulmano e l’Occidente», in quanto «interlocutore altamente specializzato fra i due mondi, gestendo – dal punto di vista occidentale – le sgradevoli ma necessarie amicizie e alleanze con leader antioccidentali».

Trattiamo qui della «faccia presentabile» che il regime qatarino, in bilico fra spinte estremiste interne, delicati rapporti con l’Iran (con cui condivide il più grande giacimento di gas al mondo) e l’obiettivo strategico di investire la propria immensa liquidità all’estero, offriva e, come vedremo, continua a offrire ai suoi alleati europei e statunitensi, e delle risposte positive che questi – impegnati nella salvaguardia dei propri interessi – sono disposti a dare.

In questo quadro non stupiscono le recenti dimissioni di Waddāḥ Ḫanfar dalla direzione generale di Aljazeera – seguito dall’interim di Šayḫ Aḥmad bin Ğāsim al-Ṯānī, membro della famiglia reale – dopo la pubblicazione di alcuni cables che «rivelavano» la sistematicità delle relazioni dei vertici della televisione con i diplomatici americani in Qatar. E neanche stupisce la recente presentazione da parte del gabinetto di Stato qatarino di una nuova legge sui media in base alla quale i giornalisti qatarini potranno scrivere qualsiasi cosa ad esclusione di ciò che, genericamente, lede gli interessi nazionali e dei paesi amici, così come non potranno proteggere le loro fonti se un tribunale dello Stato li obbliga a rivelarle. Anzi, questi eventi rappresentano in qualche modo il punto di arrivo di una politica dei media perfettamente in linea con i succitati obiettivi strategici della sua leadership.

È da questo punto di vista che dobbiamo valutare l’appoggio che, come si legge in un altro cable, la famiglia regnante del Qatar accorda da lungo tempo a una figura di spicco della Fratellanza musulmana mondiale (e membro di due influenti organizzazioni basate in Europa): l’egiziano naturalizzato Yūsuf al-Qaraḍāwī.

Lo šayḫ, descritto dai dilomatici americani come «the most influential muslim scholar in Qatar» e pesantemente criticato in passato per alcune sue affermazioni antisemite, è apparso per anni nelle trasmissioni di approfondimento «religioso» di Aljazeera come figura «moderata» dell’islam sunnita. Oltre ad aver fondato Islamonline, il più autorevole portale dell’islam «globalizzato» (dispensatore delle famosissime fatāwā online), egli è posto oggi a rappresentare il volto accettabile (in salsa qatarina, s’intende) di un establishment economico «islamico» che tutto sommato l’Occidente, e soprattutto il mercato globale, è ben felice di accettare. È proprio lui che nel novembre 2009 riceve da Barrie Osborne, produttore di Matrix e Il Signore degli Anelli, in collaborazione con la qatarina Alnoor Holdings, l’offerta di una consulenza «religiosa» per un film sulla vita di Muḥammad, il Profeta dell’islam. È lui, il Global Sheykh, che lo scorso 18 febbraio, ripreso dalle telecamere di Aljazeera e di tutti i più importanti network televisivi mondiali, viene accolto da un milione di persone in piazza Taḥrīr, simbolo della rivoluzione egiziana, per pronunciare il proprio sermone (ḫuṯba) a margine della pre­ghiera comune del venerdì. Dal palco sul quale al-Qaraḍāwī predica verrà cacciato Wā’il Ġunaym, l’attivista-geek egiziano più conosciuto al mondo per aver promosso la rivoluzione del 25 gennaio attraverso la pagina di Facebook intitolata al «martire» per eccellenza della repressione di Mubarak, Ḫālid Sa’īd, ed aver per questo subìto un arresto nei primi giorni della rivoluzione.


5. Il ruolo del Qatar nelle rivolte arabe è evidente sia sul piano dell’informazione sia su quello economico. In Tunisia si presenta, con la sua diplomazia, come soggetto investitore dopo aver per settimane dato estrema rilevanza, sulla «sua» televisione, al ritorno di Rašīd Ġannūšī, leader in esilio della Nahḍa, il partito (moderato e democratico) di ispirazione islamica che probabilmente vincerà le prossime elezioni, mentre il «suo» predicatore di riferimento, al-Qaraḍāwī, convinceva ‘Abd alFattāḥ Mūrū a tornare indietro sulla sua decisione di lasciare quel partito per fondarne un altro (di conseguenza, i vertici della Nahḍa invitavano al-Qaraḍāwī in Tunisia).

In Egitto, oltre al citato battage mediatico che ha coinvolto lo stesso Qaraḍāwī, e a fronte di un governo transitorio che, in seguito alle proteste di una parte dell’opinione pubblica, rifiuta il denaro promesso via G8 dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale per coprire il debito, il Qatar devolve 500 milioni di dollari a fondo perduto per risanare il bilancio e conclude un accordo di partnership per la costruzione di due porti commerciali a Port Said e Alessandria che, nelle intenzioni degli investitori, daranno lavoro a più di un milione di persone.

In Libia, però, Dōḥa sembra aver fatto un salto di qualità, impegnandosi molto più a fondo su diversi fronti in una lunga serie di interventi che coinvolgono quel paese a tutti i livelli.

Il 20 marzo, all’indomani del via libera alla Nato durante il vertice di Parigi, il Qatar annuncia la partecipazione diretta alle operazioni militari con sei jet Mirage. L’apparato politico-diplomatico qatarino si muove quasi subito, annunciando alla fine di quel mese che la compagnia petrolifera nazionale acquisterà il petrolio degli insorti e subito dopo riconoscendo, primo paese arabo, il Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. Sul terreno, il Qatar fornisce ufficialmente solo medici agli insorti di Misurata e a Bengasi ma l’appoggio non sembra limitarsi all’intervento umanitario: si presenta, anzi, come vera e propria assistenza militare sia in termini di consiglieri militari sia di fornitura di armi (vi sono anche notizie, non confermate, di un coinvolgimento diretto di militari qatarini nella battaglia per Tripoli). Un’assistenza che più tardi, quando dalla nebulosa composizione del Consiglio nazionale di transizione e delle katība (brigate) iniziano ad emergere nomi e cognomi, sembra indirizzarsi verso referenti specifici, tutti appartenenti al mondo dell’islam politico.

L’11 marzo ricompare in un’intervista alla Reuters, dopo anni di esilio in Qatar, Šayḫ ‘Alī al-Šalabī, membro della International Union of Muslim Scholars di al-Qaraḍāwī e indicato come esponente della Fratellanza musulmana libica; invi­ta la comunità internazionale a intervenire in Libia e si pronuncia a favore di una società civile e pluralista. Lo stesso ‘Alī al-Šalabī, conosciuto anche nel ruolo di mediatore fra Sayf alIslām Gheddafi e i jihadisti del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg) cui seguì, nel 2009-2010, la scarcerazione di un gran numero di «pentiti», il 13 settembre accusa alcuni membri del Cnt di rubare fondi e invita Maḥmūd Ğibrīl, il primo ministro del governo transitorio, a dimettersi.

Qualche giorno prima, il 4 settembre, la stampa occidentale si accorgeva dell’esistenza di suo fratello Ismā‘īl, un combattente accusato a suo tempo – a suo dire erroneamente – di essere membro del Lifg e per questo messo in carcere (fu liberato nel 2004, prima dell’ondata di scarcerazioni di cui sopra). Questi sembra aver scalato in pochi mesi le gerarchie militari degli insorti per presentarsi a settembre nel ruolo di membro del Comitato direttivo dell’Unione dei gruppi combattenti della rivoluzione in quanto guida della Brigata martiri del 17 febbraio di Bengasi, una delle katība più corpose nella struttura militare del Cnt. Contemporaneamente, invocava le dimissioni dell’intero Consiglio nazionale di transizione.

Il ramo di quella katība di stanza nella Libia occidentale era comandato invece da un ex del Lifg, torturato a suo tempo dalla Cia, ‘Abd al-Hakīm Bilhāğ. Questi, in collaborazione con le altre forze militari degli insorti, affronterà la battaglia di Tripoli scendendo dal Ğabal al-Nafūsa, le montagne che si trovano a sud-ovest della città. Anche Bilhāğ, citato dalla stampa mondiale soprattutto per i suoi trascorsi «qaidisti» – la qual cosa non è esatta essendo al-Qā‘ida e il Lifg due organizzazioni differenti, sebbene certamente in contatto fra loro – è piuttosto da considerare un uomo del Qatar, essendo la sua brigata armata e formata dai qatarini.

Dal punto di vista dei media il Qatar fornisce a Dōḥa la base, le infrastrutture e gli stipendi dei giornalisti (li ospita in hotel a cinque stelle per tutto il periodo di permanenza nell’emirato) per il primo canale satellitare dell’opposizione, Libya Tv (che inaugura le trasmissioni il 30 marzo), finanziato anche da non meglio identificati uomini d’affari libici, alla cui testa troviamo da principio Maḥmūd Šammām, giornalista libico transfugo, editor dell’edizione in arabo di Foreign Policy e preposto al settore media del Cnt. In settembre si apprende che il Qatar invierà in Libia una task force di specialisti dell’informazione per formare i giornalisti locali e che Libya Tv, con tutta probabilità, sposterà il suo centro logistico da Dōḥa a Tripoli, dove riceverebbe il finanziamento diretto del Cnt: «La decisione di spostarsi o rimanere sta all’emiro del Qatar», ha affermato Sirāğ Bištī, amministratore capo della televisione, dandoci così la misura della relazione che, al di là dell’ubicaziobe della sede centrale, Libya Tv continuerà ad avere con i vertici qatarini.

Quanto ad Aljazeera, essa diviene parte attiva nel conflitto mediatico, fungendo da megafono per mastodontiche quanto utili «bufale»: dalle fosse comuni all’individuazione di inesistenti «colonne di insorti» che puntano verso Tripoli, agli annunci della morte di uno o più figli di Gheddafi, fino all’annuncio anticipato della conquista della capitale libica. Inquadrata nella prospettiva di una guerra e non di una rivolta pacifica non armata (come sono state quelle tunisina ed egiziana), la certificata partigianeria del network muta in faziosità e, in diversi casi, diventa vera e propria propaganda di guerra ad uso non tanto dell’opinione pubblica mondiale quanto degli stessi insorti. Sul lato dell’approfondimento, diviene il veicolo delle istanze favorevoli all’insurrezione, interloquendo tuttavia più spesso con esponenti della galassia dell’islam politico. Già a metà febbraio sul network al-Qaradawi, del quale in questo caso vacilla l’immagina di «moderato», invitava gli insorti a uccidere Muammar Gheddafi, mentre sia ‘Alī sia Ismā‘īl alŠalabī venivano intervistati a più riprese nei loro diversi ruoli di šayḫ e combattente, fino alle suddette «rivendicazioni» di settembre, che arrivavano proprio in coincidenza con i non più velati dissensi espressi dal Qatar nei confronti dei leader laici del Cnt.

In Libia i capisaldi della politica estera qatarina passano insomma dal piano potenziale a quello fattuale. I referenti politici dell’emirato, che per alcuni hanno un passato indigeribile sebbene abbiano indubitabilmente svolto un ruolo importante nella guerra libica, sono protagonisti nel processo di formazione di un governo stabile, in attesa che il riscatto per i servigi resi venga pagato. La cosa non sfugge alle diplomazie mondiali, che si preparano a un nuovo e forse più maturo confronto con i gerenti locali dell’influenza qatarina e con il Qatar stesso. Lo si nota da alcuni dettagli: ad esempio Giuseppe Maria Buccino Grimaldi, nuovo ambasciatore italiano a Tripoli, è stato ambasciatore in Qatar dal 2004 al 2008, e Antoine Sivan, nuovo ambasciatore francese, è stato inviato francese in quel paese dal 2006 al 2008. Jean-Christophe Peaucelle, diplomatico di lungo corso (con esperienze in Europa, a Istanbul e a Teheran) da qualche tempo direttore aggiunto del settore Nordafrica e Medio Oriente del ministero degli Esteri francese, è stato recentemente nominato nuovo ambasciatore in Qatar, «dove costruirà sui legami forgiati da Parigi e Dōḥa durante la guerra in Libia».

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