La primavera di Deauville

Leggere la dichiarazione di Deauville degli 8G è una brutta esperienza fin dalle prime righe. Hai subito paura perché parte così: “I cambiamenti in corso in Medio Oriente e Nord Africa sono di portata storica e hanno il potenziale di aprire le porte a un tipo di trasformazione come quella avvenuta nell’Europa centro-orientale dopo la caduta del Muro di Berlino”, e quel “tipo di trasformazione” richiama tante cose alla mente tante cose spiacevoli. Poi c’è scritto che lì “la gente”, oltre alla libertà, alla democrazia, ai diritti umani, vuole delle “opportunità di lavoro” e che i gli 8G sosterranno “fortemente le aspirazioni della Primavera araba così come quelle della popolazione iraniana”. Non hai fatto in tempo assorbire il concetto — che cos’è per loro questa “primavera araba” che aspira a cose simili a una “popolazione iraniana” notoriamente divisa a metà? Cosa intendono per aspirazioni? — che vieni investito da questa frase: “sosteniamo le loro legittime richieste di costruzione di società democratiche e aperte, e a una modernizzazione economica di cui tutti beneficino”. Pensi: modernizzazione economica? In che senso? Di che stanno parlando? Di una cosa simile alla Romania, alla Polonia, alla Serbia? E poi nessuno nei paesi arabi in rivolta o in Iran ha lanciato appelli per la modernizzazione economica. Mi risultano, semmai, esigenze di maggiore giustizia sociale.

Vai avanti, leggi: “il G8 lancia il ‘Partenariato di Deauville’ insieme alla gente dell’area basato su obiettivi comuni per il futuro alla presenza dei premier di Egitto e Tunisia, paesi in cui è nato il movimento, e il segretario della Lega araba. Siamo pronti a estendere questa partnership anche a tutti i paesi della regione impegnati in una transizione democratica” e pensi che quei due premier non sono stati eletti, in Egitto e in Tunisia non ci sono state elezioni libere e democratiche. Quindi, ciò che trovi scritto dopo suona male, suona storto:“questo partenariato sottolinea i valori comuni della libertà e della democrazia ed è basato sul rispetto della sovranità degli stati e della gente la cui protezione e comune responsabilità dei governi”.

Non è chiaro neanche il concetto di transizione democratica. O meglio: è chiarissimo andando a vedere in cosa consiste: “Il partenariato è basato su due pilastri: un processo politico per sostenere la transizione democratica e lanciare le riforme, lotta alla corruzione, rafforzamento delle istituzioni mirata a una maggiore trasparenza delle amministrazioni; secondo pilastro un quadro di aiuti economici alla crescita mirato a sostenere i paesi del partenariato nella transizione”. Questo lancio delle riforme, visti gli effetti delle stesse in diversi paesi “aiutati” in passato, specialmente quelli citati in entrata, ha un che di allarmante. Non è, forse, che gli 8G ci stanno dicendo: “sosteniamo questi premier non eletti affinché avviino/proseguano con la spirale del debito prima che ci sia la possibilità che al potere vadano persone che di debito non vogliono sentir parlare”?

Penso proprio di sì. Gli 8G invitano “le istituzioni finanziarie internazionali, il settore privato e civile a partecipare e lavorare a questa iniziativa”, il “Partenariato di Deauville svilupperà un’agenda economica che permetterà ai governi in transizione di andare incontro alle aspirazioni di una crescita forte e facilitare i processi politici in corso” laddove, anche qui, non mi risulta che nei rivoltosi tunisini ed egiziani vi sia “un’aspirazione alla crescita”. Tanto più che, come fanno notare diversi attivisti, sia l’Egitto che la Tunisia avevano alti tassi di crescita anche con i dittatori e quindi, semmai, il problema è di assicurare che questa crescita non favorisca i soliti quattro banditi, ieri gli amici dei dittatori, oggi gli amici di oscuri capitalisti globali.

Tra i “processi politici” da facilitare gli 8G, è vero, elencano il miglioramento “della trasparenza, della gestione amministrativa e della partecipazione dei cittadini alla vita economica del paese”, “aumento della inclusione sociale” con “più opportunità di lavoro per tutti” ma soprattuttomodernizzazione delle economie” — di nuovo – “e sostegno allo sviluppo del settore privato e creazione di posti di lavoro e capitale umano; integrazione regionale nella globalizzazione”.

Il concetto di lavoro per tutti, per noi che viviamo a Berluscopoli, fa abbastanza ridere. Specialmente se lo accoppiamo alle opportunità che Berluscopoli ci ha dato in questi anni. Se poi ci mettiamo dentro il sostegno allo sviluppo del settore privato subodoriamo che gli 8G intendono obbligare egiziani e tunisini a gestire il proprio paese solo nel modo descritto. Quanto all’integrazione regionale nella globalizzazione si dà per scontato che la “regione” sia quella oggetto del rapporto del Fondo Monetario Internazionale, rapporto sul quale la dichiarazioni di Deauville è stata plasmata, ovvero “Medio Oriente e Nordafrica ad eccezione dei paesi esportatori di petrolio”. L’FMI ha precisato che i soldi che Medio Oriente e Nord Africa avrebbero bisogno complessivamente di 300 miliardi di dollari e che la disponibilità del prestito (35 miliardi) fa parte di impegni già presi in aprile per aiutare la transizione verso governi democratici all’indomani di una primavera araba che ha deposto gli uomini forti in Tunisia ed Egitto. Cosa c’è di più vago? A chi, fattualmente, l’FMI darà questi soldi? E perché l’FMI stabilisce che esiste un’area economica chiamata “Medio Oriente e Nord Africa” se poi deve fare un distinguo fra paesi esportatori di petrolio e paesi importatori? Che senso ha tagliare a fette il mondo in base a questi criteri? Avrebbe senso se “Medio Oriente e Nord Africa” fosse un’area a economia integrata, cosa che non è se non in minima parte. Per dirne una: c’è un’area mediterranea che ha dinamiche economiche diverse dall’area che si affaccia sull’Oceano Indiano. Per dirne un’altra: c’è un Maghreb commercialmente disunito sebbene potrebbe essere oggettivamente vantaggioso per tutti i paesi del Maghreb promuovere un’integrazione economica che guardi all’Europa. In quell’area vi sono, d’altronde, sia importatori che esportatori di petrolio e quindi un’integrazione del Maghreb non guarderebbe alla penisola araba, cioè in ultima analisi agli esportatori di petrolio non mediterranei. Gli “esportatori di petrolio” della Penisola hanno la loro economia, la loro geopolitica e la loro geografia commerciale globale, la loro organizzazione (il Consiglio di Cooperazione del Golfo), gli “importatori di petrolio” no. Questi ultimi, fra l’altro, sono divisi, diversissimi per “grado di democrazia”, alieni fra loro se si pensa ai loro referenti internazionali. Tutte queste incongruità sono già insite in ciò che l’FMI scrive preparando il G8, ma la contraddizione non sembra essere avvertita da nessuno, tanto meno dagli 8G. Si arriva al paradosso per cui gli “esportatori di petrolio” non vengono aiutati non perché sono anti-democratici e promuovono la tirannia nell’area bensì perché appunto sono “esportatori di petrolio”. O all’altro paradosso per cui la Libia non viene aiutata perché esporta petrolio e dunque lì si interviene con la NATO. Non si incentiva la democrazia in Algeria per lo stesso motivo e il Marocco non rientra nel pacchetto perché viene considerato democratico.

L’FMI insomma inventa categorie, disegna a piacimento sulla mappa regioni e strutture economiche correlate, gli 8G annuiscono perché per loro: “nel breve termine l’obiettivo è quello di non danneggiare il processo delle riforme e sostenere la coesione e la stabilità macroeconomica”. Mentre nel “medio e lungo termine” sosterranno “le sfide economiche dei paesi del partenariato verso una transizione sostenibile e un ampliamento delle opportunità economiche secondo le priorità identificate dai governi nazionali e le consultazioni con gli azionisti principali. Nelle modalità assolutamente non sindacabili dell’economia di mercato e della globalizzazione economica che, per fare un esempio, in questi mesi ha privato della loro sovranità i paesi di mezza Europa, rendendoli poco più che un parco giochi per bancari allegri.

Fatto, il processo è concluso, è chiusa la fase di “Ritorno al futuro” che si era aperta il 20 gennaio quando Moody’s — l’agenzia di rating — .declassava da Baa2 a Baa3 una Tunisia che si era liberata di Ben Ali da appena una settimana (il suo outlook passava da “stabile” a “negativo”). Le motivazioni erano semplici, quasi banali: “gravi incertezze economiche e politiche dopo l’inatteso cambio di regime … i disordini in corso, oltre che la situazione politica, mettono ulteriormente a repentaglio la stabilità futura del Paese”. Perché in fondo cosa c’è di più stabile di una dittatura? Le agenzie di rating, le istituzioni internazionali e le elite mondiali premiavano i dittatori e lo sapevano tutti, la cosa era alla luce del sole, non faceva scandalo, c’era in ballo l’intero sistema-mondo. Il 15 aprile scorso l’ormai famoso attivista egiziano Wael Ghonim glie lo aveva detto in faccia a Dominique Strauss-Kahn durante il meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale: “quello che è successo non è stato un errore, è stato un crimine”.

D’altra parte: cosa c’è di meno controllabile di una rivolta? Moody’s quel 20 gennaio stava suonando l’allarme. Come ne “L’invasione degli ultracorpi” gli alieni individuavano l’anomalia — la Tunisia — e urlavano aiuto, pericolo, fermateli. E gli altri baccelloni prontamente hanno risposto. I partners in crime visto l’andazzo hanno pensato bene appropriarsi della “primavera araba”, descrivendola col vocabolario del libero mercato. Per il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellik (intervistato il 6 aprile dalla Reuters), Mohammed Bouazizi non era un giovane laureato, disoccupato da troppo tempo e costretto a vendere in nero al mercato della sua città natale, bensì un piccolo imprenditore a cui non era stata data l’opportunità di sviluppare il suo businnes. È per questo, secondo Zoellik, che si è dato fuoco: “sapete in cosa consisteva la sua denuncia? — ha detto — Lui voleva solo essere messo in grado di vendere frutta e verdura, ma non poteva farlo perché non aveva la licenza e a causa della burocrazia”.

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