Tunisia, prove tecniche di futuro

1. IL PAESE DOVE TUTTO HA AVUTO INIZIO vive una fase di elaborazione politica, sociale ed economica piena di speranze e interrogativi. Immersa in un relativo disinteresse internazionale, dovuto all’incendiarsi di altre aree del mondo arabo ben più centrali dal punto di vista geopolitico ed economico, la Tunisia ha vissuto questi mesi in una sorta di limbo mediatico, dal quale sono filtrate soltanto le notizie più interessanti e/o preoccupanti.

Ha fatto scalpore, ad esempio, la decisione di stabilire la parità uomo-donna nelle candidature alle prossime elezioni dell’assemblea costituente, che ha posto i legislatori tunisini all’avanguardia mondiale sulla questione dei diritti delle donne. Ha fatto poi discutere l’abolizione della polizia segreta, atto che ci interroga sui possibili esiti di un processo rivoluzionario. Può funzionare uno Stato senza un apparato di sicurezza che agisce in incognito? La risposta è sì se ci mettiamo in un’ottica costituente, no se pensiamo alle potenziali conseguenze sulla sicurezza nazionale di tale decisione.

Sul piano sociale ed economico, a fare notizia è stata la vicenda dei profughi dalla Libia. Una presenza eccezionale, se si pensa che 380 mila profughi su 10 milioni di abitanti significano 1 profugo ogni 26 residenti (in proporzione, il rapporto tra le 30 mila persone sbarcate a Lampedusa e la popolazione italiana era di 1 a 2 mila). Quest’attenzione estemporanea fa sì che la situazione della Tunisia non venga letta in Italia e altrove nei suoi diversi aspetti (alcuni preoccupanti, altri incoraggianti). Anzi, sembra quasi che si faccia a gara per disinteressarsi del paese che per primo, contro tutti i pronostici, ha abbattuto il suo dittatore. Eppure, per chi volesse esercitarsi nell’immaginare il Mediterraneo e il Medio Oriente nei prossimi anni, vale davvero la pena di soffermarsi su questo inedito laboratorio politico, sociale ed economico. Dal punto di vista politico, dopo una prima fase di formazione dei partiti (oggi se ne contano circa 200) si è assistito alla mediazione fra protagonisti della rivoluzione da una parte e istituzioni provvisorie dall’altra. Con la formazione del primo governo di Muḥammad Ghannouchi, molta parte del movimento che aveva sconfitto il dittatore è rimasta fuori dalle stanze del potere. Una parte della sinistra (Ḥizbal-‘ummāl al-šuyū‘ī al-Tūnisī, i comunisti del Pcot e ḥaraka al-waṯaniyyīn al-dīmuqrāṯiyyīn, il Movimento dei patrioti democratici) si è raccolta nel Fronte del 14 gennaio, che ha chiesto lo scioglimento delle istituzioni del vecchio regime e l’elezione di un’assemblea costituente nel giro di un anno.

L’11 febbraio scorso, altre 28 formazioni – fra cui il partito di ispirazione islamica alNahḍa (la Rinascita), il Comitato centrale del sindacato nazionale (al-Ittiḥād al-‘āmm al-tūnisī li-l-šuġl, Ugtt), l’Ordine degli avvocati e il Forum democratico per il lavoro e le libertà (al-Takattul al-dīmuqrāṯī min ağl al-‘amal wa-l-ḥurriyyāt) – hanno formato il Consiglio nazionale per la protezione della rivoluzione (Cnpr), nel quale è confluito il Fronte. Il Cnpr – dal quale restano distinte altre importanti organizzazioni, come il Consiglio nazionale per le libertà in Tunisia, l’Associazione tunisina delle donne democratiche, il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini e la Lega tunisina dei diritti dell’uomo – comincia a chiedere di essere consultato e di contribuire a produrre una discontinuità politica e costituzionale, unico modo per alimentare il nuovo processo democratico.

Inizia così un pressing a tutto campo. Il 21 febbraio il governo chiede ufficialmente lo scioglimento del partito di Ben Ali, il Rassemblement Constitutionel Démocratique (altağammu‘ al-dustūrī al-dīmuqrāṯī ). Il tribunale di prima istanza di Tunisi accoglie la richiesta il 9 marzo e il ricorso, avviato il 28 marzo, viene rigettato definitivamente il 22 aprile. Il 25 febbraio una manifestazione anche più partecipata di quelle che avevano portato alla caduta del dittatore (circa 100 mila persone, provenienti da tutta la Tunisia in rappresentanza di tutte le componenti sociali e politiche della rivoluzione) chiede le dimissioni del governo. Due giorni più tardi, il 27 febbraio, all’indomani di durissimi scontri con la polizia di fronte al ministero dell’Interno, Muḥammad Ghannouchi si dimette e viene rimpiazzato da al-Bāğī Qā’id al-Sibsī, politico di lungo corso (è stato consigliere di Ḥabīb Bourghiba e suo ministro diverse volte).

A questo avvicendamento seguono le dimissioni di tutti i ministri facenti parte delle opposizioni riconosciute nel precedente regime (al-Ḥizb al-dīmuqrāṯī altaqaddumī, il Partito democratico progressista e gli ex comunisti del Tağdīd, «Rinnovamento»). Dimissioni dettate, ovviamente, da motivi di opportunità politica: una volta stabilitasi definitivamente la forza della piazza ed emerso il potere del Consiglio nazionale, le vecchie opposizioni realizzano che restando al governo avrebbero perso definitivamente consenso. Preferiscono dunque starne fuori e recuperare, per quanto possibile, la verginità perduta.


2. La nuova ondata di proteste si placa il 3 marzo, quando il presidente della repubblica Fu’ād Mibazza‘ annuncia che il 24 luglio si terranno le elezioni per l’assemblea costituente (elezioni poi posticipate al 23 ottobre, per dare tempo ai nuovi partiti politici di organizzarsi). Contestualmente, al-Sibsī decreta la sospensione della Costituzione del 1959 e stabilisce che i membri del governo e il presidente ad interim non potranno presentarsi alle elezioni: la discontinuità costituzionale sancisce l’esistenza della rivoluzione nel quadro di una continuità istituzionale e questo è un compromesso che il Consiglio nazionale, sindacato in testa, può accettare. Sintomaticamente, la Commissione per le riforme politiche governativa diventa il Consiglio per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica.

Il Consiglio, che tiene la sua prima riunione il 17 marzo e la cui composizione subirà continui mutamenti (con la progressiva inclusione di realtà politiche e sociali), agisce da corpo intermedio: non ha potere esecutivo (che spetta al governo), ma agisce da struttura di controllo dell’esecutivo, pur avendo ufficialmente solo funzione consultiva. Non ha potere legislativo (non è un parlamento), ma ha il compito di definire la legge elettorale e organizzare le elezioni. Il Consiglio nazionale vi si scioglierà quasi completamente dentro (ad esclusione del Pcot e di altre sigle minori), rimanendo tuttavia l’organizzazione di riferimento in realtà locali dove talvolta svolge anche quelle funzioni amministrative non più presidiate dalle istituzioni centrali.

Il primo e importante passo del Consiglio è l’adozione di una nuova legge elettorale da esso stesso elaborata, tramite una Commissione per le elezioni della costituente presieduta da Kamāl Ğandūbī (presidente della Rete euromediterranea per i diritti umani). La conferma che l’assetto scelto per governare la transizione funziona arriva con la promulgazione del testo in forma di decreto del presidente della Repubblica in data 10 maggio (Jort, 33, 2011). La nuova legge stabilisce il principio della parità di genere nelle candidature, dà il voto ai tunisini all’estero e sancisce l’ineleggibilità di membri del regime che hanno ricoperto responsabilità istituzionali. Ma soprattutto è una legge proporzionale (con liste plurinominali), che nelle intenzioni della Commissione e del Consiglio permetterà anche alle realtà meno strutturate e numericamente meno rilevanti di avere una rappresentanza (un rappresentante ogni 60 mila votanti).

La reale composizione dell’assemblea costituente resta però un’incognita. La Tunisia si apre al pluripartitismo senza alcuna esperienza precedente. Un sondaggio pubblicato il 28 aprile scorso dall’Institut de sondage et de traitement de l’information statistique dipinge un’opinione pubblica in formazione, con una coscienza del panorama politico ancora insufficiente. Gli intervistati (un campione di 1.828 persone) sono decisamente a favore del regime parlamentare (74%) rispetto a quello presidenziale (26%), ma una buona parte di essi (44%) non è in grado di distinguere fra i due sistemi. Il 62% dimostra una scarsa conoscenza del paesaggio politico e il 27% una conoscenza appena sufficiente: il 36,5% afferma di non conoscere alcun partito tunisino, il 30,3% conosce da uno a tre partiti e l’11,3% conosce almeno dieci partiti. C’è anche chi pensa che l’Ugtt, il sindacato, sia un partito e questo dà la misura della sua influenza.

Il campione mostra d’altro canto un’attenzione del tutto nuova verso la politica: se prima della rivoluzione il 76% se ne disinteressava totalmente, dopo il 14 gennaio la percentuale di chi partecipa anche solo informandosi è del 55%. Parallelamente cresce il numero di persone che ritiene importante sapere cosa succede (si informa il 91,4%, contro il 42,5% del periodo precedente) e che vede un forte miglioramento nella credibilità e qualità dei giornali: prima della rivoluzione, l’83,2% del campione riteneva inaffidabile la stampa; oggi quella percentuale è scesa al 23,3%, mentre il 41,3% pensa che la qualità delle informazioni diffuse sia buona o eccellente.

Quanto alle preferenze politiche, il partito Nahḍa è il più conosciuto (54%).

Ad esso seguono una serie di partiti di centro-sinistra o sinistra: il Tağdīd (35%), il Movimento dei democratici socialisti (23%), il Partito democratico progressista (18 %), il Partito dell’unità popolare (18%) e il Fronte democratico per il lavoro e le libertà (14 %). I numeri sono però scarsamente indicativi dei possibili risultati elettorali: conoscere un partito non significa votarlo e in queste settimane i dirigenti della Nahḍa sono impegnati in una campagna a tappeto (sul cui finanziamento sono in molti a interrogarsi) tesa a radicare sul territorio un partito bandito per decenni. Un altro sondaggio (28 marzo), a cura del Global Management Services, rivela che solo il 13,7% del campione voterebbe la Nahḍa e che la percentuale di indecisi supera il 50%. Il secondo partito più votato sarebbe il Partito democratico progressista, con il 12,3%.


3. La politica dovrà mostrarsi in grado di affrontare le problematiche sociali ed economiche. La crisi economica è reale e acuita dall’arrivo dei profughi dalla Libia. La situazione è ancora molto fluida. A fronte di un iniziale declassamento della Tunisia da parte delle agenzie di rating , sono molti gli operatori internazionali che scommettono sul futuro economico del paese: l’abbattimento dell’impero dei Ṯrābilsī (il clan familiare della moglie di Ben Ali), pur avendo rappresentato un colpo all’affidabilità del sistema paese ha infatti rimosso un filtro attraverso cui dovevano passare tutte le aziende desiderose di metter piede a Tunisi. Già le rivelazioni di WikiLeaks avevano messo in luce le intromissioni dell’oligarchia: tra i casi più famosi, la paventata chiusura dell’American School of Tunis per fare spazio alla nuova scuola inglese di Laylā Ṯrābilsī o il progetto di un altro sodale di Ben Ali, Muḥammad Ṣaḫr al-Māṯirī, di ingraziarsi l’ambasciatore americano Robert Godec per aprire nella capitale un McDonald’s.

Le grandi aziende nazionali e internazionali hanno dunque compreso che la Tunisia di oggi può essere una grande occasione d’affari. Un esempio è l’iniziativa di marketing «16 giugno 2014», promossa dal Memac Ogilvy Label Tunisie in collaborazione con Mindshare, Adbuzz, Access to E-Business e con la partecipazione di NessmaTV, la radio MosaiqueFm, i giornali Alchourouk e La Presse e il sito Webmanagercenter.com, il cui scopo è «immaginare la Tunisia di domani». All’operazione si sono subito associati diversi marchi nazionali e internazionali, come Delice, Danone, Chocoline, L’epi D’or, Saida, Tunisina.

A rafforzare l’attrattiva economica della Tunisia post-Ben Ali arriva poi la recente decisione del G8 di Deauville di istituire un fondo di 35 miliardi di dollari per aiutare la «primavera araba». Il sostegno assume la forma di un partenariato che (come si legge nella dichiarazione finale del G8) si fonda su due pilastri: «un processo politico per sostenere la transizione democratica e lanciare le riforme (lotta alla corruzione, rafforzamento delle istituzioni, maggiore trasparenza delle amministrazioni)» e «un quadro di aiuti economici alla crescita mirato a sostenere i paesi in transizione». Il partenariato «svilupperà un’agenda economica che permetterà ai governi di transizione di corrispondere alle aspettative di una crescita forte, facilitando i processi politici in corso. Tra questi il miglioramento della trasparenza, della gestione amministrativa e della partecipazione dei cittadini alla vita economica del paese; l’aumento dell’inclusione sociale e delle opportunità di lavoro; la modernizzazione delle economie e il sostegno allo sviluppo del settore privato; l’integrazione nella globalizzazione».

Fra gli investitori esteri più attivi figurano i paesi del Golfo (impegnatisi per 10 miliardi di euro, secondo quanto riferito dal presidente francese Nicolas Sarkozy) e in particolare il Qatar, il cui protagonismo spazia dal sostegno a Tunisi nel contesto dell’emergenza umanitaria ai confini con la Libia fino all’«investimento in nuovi progetti tesi a rafforzare lo sviluppo tunisino» (incontro dell’emiro del Qatar Ḥamad Ibn Ḫalīfa Āl Ṯānī con il ministro degli Esteri tunisino, 19 maggio), specialmente nel settore minerario, finanziario e tecnico (incontro fra i ministri della Cooperazione internazionale tunisino e catarino, 27 maggio).

Tuttavia, non è tutto rose e fiori. Il 19 gennaio l’agenzia di rating Moody’s declassava la Tunisia (da Baa2 a Baa3) e ne peggiorava l’outlook da stabile a negativo. E se nella Tunisia del 2010 i sindacati erano organizzazioni fantoccio nelle mani del potere dittatoriale, oggi un sindacato rinnovato, protagonista della rivoluzione, può rappresentare un grosso problema per quegli imprenditori che, pur pagando pegno a Ben Ali, potevano poi contare sull’assenza di vertenze contrattuali. Così, alla notizia di uno sciopero indetto dal neo-costituito sindacato di Tunisie Telecom, Deepak Padmanabhan, amministratore delegato della Emirates International Telecommunications (che dal 2006 possiede il 35% della compagnia telefonica nazionale tunisina), dichiarava: «Lo sciopero offre un’immagine negativa della Tunisia. Se Tunisie Telecom è un esempio di come vengono trattati gli investitori stranieri, credo che altre società ci penseranno due volte prima di investire. Potrebbero guardare ad altre economie, dove c’è più chiarezza e sicurezza».

I timori di una possibile invasione del capitale straniero che, alla fine, apporti più danni che benefici sono ben presenti in quella parte della società tunisina che ha portato avanti le proteste. I più diffidenti sono i giovani attivisti che hanno condotto la loro battaglia per le strade e su Internet, come i redattori di Nawaat.org, uno dei siti guida della rivolta, che recentemente ha rifiutato un premio in Bahrein (l’Arab eContent Award 2011) «in segno di protesta contro la censura di Internet nel Bahrein, l’arresto di blogger e attivisti per i diritti umani e il blocco di centinaia di siti che criticano il governo di Manāma e la famiglia regnante».

Lo scorso 25 maggio, nell’imminenza del G8 di Deauville, Houssen Hajlaoui si chiedeva su Nawaat se Tunisia ed Egitto, i cui governi non ancora eletti si stanno progressivamente indebitando con le grandi istituzioni economiche mondiali e con i singoli Stati, non siano destinati a passare «dalla dittatura alla schiavitù », schiacciati dagli oneri finanziari, senza sperimentare mai una società davvero libera e democratica. «Dovremo restituire dei soldi che non abbiamo deciso di prendere a prestito. Saremo obbligati a rispettare le loro agende come o più dei dittatori che abbiamo rimosso».


4. Vista dall’Italia, l’unico paese del G8 a integrale vocazione mediterranea, la Tunisia odierna dovrebbe apparire come una grande occasione, in un’ottica di medio e lungo termine che sfrutti il vantaggio della prossimità geografica e degli ormai tradizionali legami economici (Eni è in Tunisia dal 1960 e l’Italia è il secondo partner commerciale del paese, dopo la Francia). Questa occasione non dovrebbe essere colta solo da Mediobanca – che con la nuova banca d’investimento di Ṯāriq bin ‘Ammār, di cui controllerà più del 33%, riconferma la sua presenza in Tunisia – o da NessmaTV di Ṯāriq bin ‘Ammār e Silvio Berlusconi, che come visto si è già lanciata in operazioni di marketing.

Se le decine di piccole e medie imprese italiane che ogni anno investono in Tunisia avevano in Ben Ali una garanzia di stabilità, senza il dittatore potrebbero trarre vantaggi finanche maggiori dalla loro presenza nel paese. Sempre che si creino le giuste condizioni e che i rapporti economici non siano improntati unicamente al contenimento del costo della manodopera, inquadrandosi viceversa in un accordo complessivo di partenariato e interscambio, che veda i due paesi interagire a più livelli: dalla formazione all’impresa, dalla ricerca alla cultura.

Gli italiani hanno da tempo una politica di incentivi su scala principalmente regionale, con il coinvolgimento di banche e organizzazioni economiche nazionali a vocazione internazionale, come Sace, Simest e Confindustria. Quest’anno il ministro degli Esteri Franco Frattini ha aperto un «tavolo Tunisia» (17 febbraio) con il ministro dell’Industria e della Tecnologia tunisino, presentando un pacchetto di aiuti per «cinque milioni di euro immediatamente disponibili, ai quali se ne aggiungeranno altri 13. Sommando le nuove linee di credito si arriva a 73 milioni di euro per sostenere il settore privato», ha dichiarato Frattini. Un po’ poco forse, a fronte del recente annuncio di Sarkozy dello stanziamento di un miliardo di euro per Egitto e Tunisia.

L’Italia non ha ancora compreso che è proprio a quella parte del mondo che deve guardare se vuole avere un ruolo di primo piano. Basti vedere il modo in cui sono stati trattati i cittadini tunisini sbarcati a Lampedusa. Non ci presentiamo bene di fronte a coloro che – volenti o nolenti – dovremo d’ora in poi considerare parte integrante del nostro futuro.

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