Una primavera dei popoli?

A qualche mese da quel fatidico 14 gennaio in cui Ben Ali prese il volo per l’Arabia Saudita facendo capire a tutti che “un altro mondo arabo è possibile”, se si opera un’analisi in più direzioni ci si accorge che decrescono le risposte e aumentano a dismisura le domande. Sommariamente, dando per assodato che alla base delle rivolte di cui stiamo parlando vi è un fattore economico congiunturale e strutturale si può osservare che: 1) social network, blog, crowdsourcing & co. non fanno le rivoluzioni, semmai le organizzano meglio; 2) i tiranni seguono schemi comportamentali simili ma non sono tutti uguali e questo vale anche per le società civili coinvolte nei relativi paesi; 3) la geopolitica conta, eccome.

Affronterò questi temi uno per volta.

1. Qualsiasi cosa pensiate su ciò che è avvenuto in Tunisia e in Egitto, le rivolte in quei due paesi non avrebbero potuto aver luogo se non avessero avuto radici salde in movimenti già esistenti. Il fatto che entrambe non siano state fermate con il blocco della rete nei rispettivi paesi ne è un sintomo preciso: gli attivisti sapevano come utilizzare la rete superando i blocchi – usando i proxies – e ovviando alla chiusura vera e propria della connettività. Per fare una rivoluzione partendo dalla rete non puoi pensare che non proveranno a staccarti la rete, e dunque non puoi pensare che bastino FB&friends, che sono applicazioni funzionanti a un livello molto alto di connettività. Eva Galperin della Electronic Frontier Foundation lo sottolineava lo scorso 8 febbraio: “internet è assai duttile nello stabilire ‘link veloci’, cioè un genere di soluzioni relativamente facili e quick-and-dirty per far sì che dispositivi e contenuti entrino in rete”. E aggiungeva: “al centro di tutto questo sforzo per promuovere la libera espressione con la tecnologia c’è il coraggio e la dedizione dei manifestanti egiziani. Anche se il blackout di internet ha ridotto la capacità degli egiziani di coordinare e comunicare, le proteste al Cairo, Alessandria e Suez sono continuate, con affluenza record.”

Un altro esempio: in Iran, durante i giorni della “rivoluzione verde”, i messaggi passavano attraverso le banconote. E “l’onda verde” non perse perché internet fu bloccata (anche lì gli attivisti saltarono i blocchi) ma a causa dell’imponente apparato repressivo che probabilmente avrebbe fiaccato anche egiziani e tunisini, e ha davvero inciso sul medio periodo.

Si potrebbe andare avanti così: prendete un qualsiasi parametro (il numero dei “likers” di una rivolta su FB, l’esistenza di una o mille fan pages, di aggregatori di notizie più o meno “social”) per definire l’apporto “di internet” a una delle rivolte scoppiate negli ultimi mesi e vedrete che sono cose che di per sé non significano assolutamente niente.

L’unico vero significato che queste cose hanno è che ci indicano l’emergenza di un nuovo soggetto collettivo: un segmento connotato generazionalmente e culturalmente di ampiezza assai variabile. Un discrimine da operare, nel frattempo, è quello fra rivoluzionari e wannabes, persone che hanno usato FB e altri strumenti sperando che questo bastasse per fare una rivoluzione. Facebook e famiglia, fra l’altro, hanno ospitato vere e proprie fake revolutions. Basti pensare alla rivoluzione in Qatar che probabilmente nascondeva un vero e proprio intrigo di corte.

La sopravvalutazione della prossimità linguistico-culturale da parte dei media ha generato un buon numero di misunderstandings nelle ultime settimane. Il più importante ha a che vedere con quella che viene definita ormai “primavera araba”. Che cos’è, al netto, questa “primavera araba”? C’è mai stato un “inverno arabo” che non sia legato al passato coloniale? È vero che esiste un passato pan-arabo, ma il panarabismo, così come altre ideologie coloniali e post-coloniali, ha giocato un ruolo secondario, se non nullo nello scatenare le rivolte di questi mesi. Tutti i rivoltosi, ovunque, hanno sventolato le loro bandiere nazionali per sottolineare il proprio patriottismo. Nessuno di loro ha riesumato vecchie bandiere ad eccezione dei rivoltosi libici che, tuttavia, non hanno sostituito il verde gheddafiano con una bandiera panaraba (nera bianca e rossa), che pure ebbero, ma con quella del Regno di Libia, il cui richiamo patriottico è evidentemente molto più forte.

Insomma, l’unica prossimità “fattuale” è rintracciabile fra attivisti-geek-hacker di lingua araba (in particolare fra i tunisini e gli egiziani) e sarebbe bene che iniziassimo a parlare di “primavera araba” indicando quel preciso movimento lì, che risponde a un preciso bisogno di libertà di espressione e di democrazia più o meno partecipato ma certamente esistente in quella che possiamo definire la comunità linguistica araba.

Chiudendo con un esempio: in Libia gli esponenti della “primavera araba” c’erano, ma di certo erano in minor numero e meno organizzati rispetto all’Egitto o alla Tunisia. La voce di un “ribelle libico standard” che appare oggi su un network televisivo non è loro, al contrario di quanto avviene a Il Cairo e a Tunisi. Addirittura un blogger tunisino fu messo nel primo governo (poi dimessosi) “post Ben Ali” mentre dubito fortemente che una cosa del genere possa accedere nella Libia “post Gheddafi”.

2. In questi mesi ci siamo trovati ad assistere ad una sorta di ritualità del potere tirannico. Il tiranno arabo sembra comportarsi sempre più o meno allo stesso modo: promette di non ricandidarsi, interrompe i campionati di calcio, annuncia riforme, minaccia ritorsioni, licenzia qualche ministro o tutto il Governo, paventa l’abolizione delle leggi d’emergenza, reprime e cerca di non far trapelare notizie sulla repressione, ingaggia e scatena i propri seguaci che possono palesarsi in forma di contromanifestanti o di teppisti/sgherri, evoca un complotto nazionale o internazionale contro cui reagire. Sono tutte “attività” che sembrano tratte da un mai scritto “Manuale teorico-pratico per tiranni” dalla caricaturale più che sbiadita. Tutto ciò, in un susseguirsi tanto schematico quanto prevedibile, mentre “la massa” in rivolta sembra a sua volta seguire lo stesso copione quando, ad esempio, tenta di cancellare la memoria di questa retorica abbattendo le statue dei dittatori e le sue effigi.

Vedendo le cose dal di fuori, poi, siamo portati a notare solo quei tratti salienti mentre i tiranni in questione non sono tutti uguali, così come i loro sodali, il loro apparato di potere e consenso e, infine, i loro sudditi. Simili negli esiti della repressione – la permanenza al potere – ma non uguali nelle metodologie. Per fare qualche esempio: in Marocco c’è una “monarchia democratizzata” in cui un re “illuminato” e poi suo figlio nei decenni hanno dosato con perizia i divieti e le concessioni. In Algeria, il paese vicino, c’è una “Repubblica democratica popolare” nata da una rivoluzione di ispirazione socialista anti-coloniale che da tempo si è avvitata su se stessa. Lì una sola compagnia “di Stato”, la Sonatrach, gestisce il 30% del prodotto interno lordo divenendo un vettore di ricchezza solo per pochi e contemporaneamente di ingiustizia sociale. Lì la repressione è sistematica e ben finanziata: un esercito e una polizia addestratissimi per la “lotta al terrorismo” tengono “agilmente” a bada la popolazione, mentre l’opposizione istituzionale o comunque organizzata non trova il collegamento con essa, dividendosi su tutto. Ma il tipo di “garanzie”, seppur minime e sistematicamente messe sotto controllo, concesse a una qualsiasi opposizione in paesi come il Marocco, l’Algeria e l’Egitto di Mubarak, la Tunisia di Ben Ali sono assenti in un paese come la Libia dove il Colonnello Gheddafi non ha mai riconosciuto l’esistenza di un’alterità rispetto al suo sistema e al suo ruolo di “Guida della rivoluzione”.

Ancora più evidenti sono i giochi in Yemen, dove la “primavera araba” è così sottile da manifestarsi da principio solo entro le mura dell’Università. Lo Yemen è un paese poverissimo, dove a una recente unificazione politica (1991), mal digerita al Sud del paese (ex-socialista) si sommano divisioni confessionali e tribali di lunga data e una rarefazione del controllo dello Stato in diverse province (motivo per cui in alcune aree si è istallata con successo al-Qaida nella Penisola Araba). Al montare delle proteste è seguita la solita liturgia della tirannide. E le richieste di democrazia, di libertà di espressione, di lotta alla corruzione e di cambio di governo tramite libere elezioni, provenendo da una esigua minoranza, seppur rumorosa, sono state progressivamente fagocitate dalle dinamiche di frattura reali del paese.

3. Non che la Libia o l’Algeria non siano al centro di mire e interessi economici e geopolitici, sia chiaro. Ma se dal Maghreb ci spostiamo nel Mashreq vediamo con più chiarezza l’influenza esterna ai paesi arabi in rivolta in base a variabili di tipo geopolitico.

L’esempio più “facile” è il Bahrein dove la “primavera araba” è sbocciata il 14 febbraio ed ha avuto un forte seguito. È un paese che contiene in sé tutte le contraddizioni e le frizioni geopolitiche dell’intera area del Golfo Persico. Il Bahrein è membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organismo internazionale del complesso dei paesi arabi dell’area, ospita una importante base navale americana e ha una composizione sociopolitica molto particolare: a capo del paese c’è un emiro sunnita, Hamad bin Isa Al Khalifa, ma la maggioranza della popolazione è sciita e ciò rende il paese legato all’Iran. Di conseguenza in Bahrein gli sciiti sono discriminati a tutti i livelli. Hamad bin Isa fa da sempre una politica di “sunnizzazione” nel senso che ospita un buon numero di lavoratori arabi sunniti pur di non mettere gli sciiti nella polizia o nell’apparato giudiziario. Il risultato è che il 54% del 1,2 milioni di persone che vive nel regno non ha la cittadinanza del Bahrein e in Bahrein la maggioranza delle persone che hanno la cittadinanza non fanno parte della classe media: l’intero comparto amministrativo è reclutato all’estero. Tutto questo spiega perché in Bahrein la miccia si sia accesa subito e bene. In questo caso, però, il tiranno viene preso molto sul serio quando evoca il complotto internazionale perché a complottare è l’Iran, il Nemico dell’Occidente. Il risultato è una campagna mediatica sul carattere “settario” della rivolta in atto e una campagna di repressione tarata sulle divisioni confessionali che non erano al centro dell’interesse dei manifestanti. I quali, capita l’antifona, provano in tutti i modi ma senza successo a tenere lontano l’Iran dalla loro rivolta. Poi l’Arabia Saudita invade il Bahrein, l’Emiro annuncia che “è stato sventato un complotto trentennale” e la diplomazia internazionale tace fragorosamente come anche le tv panarabe, al-Jazeera e al-Arabiya.

L’altro caso esemplare di incastro della “primavera araba” con un tassello geopolitico che “non può” essere lasciato in gestione ai manifestanti è la Siria. Sulle prime si pensava che la Siria si sarebbe messa in coda di Tunisia, Giordania, Egitto. Il primo “lancio” del “giorno della rabbia” era per il 4 e/o 5 febbraio, date che rimandavano al massacro dei Fratelli Musulmani a Hama del febbraio 1982. La cosa non avvenne, o quasi. Non si capiva bene se era stato un flop vero e proprio, se c’era stata una messa in scena di gruppuscoli di wannabes. Poi Bashar al-Asad, il Presidente figlio di Presidente e autocrate tiranno del paese, si concesse al New York Times. Disse che la Siria non era l’Egitto né la Tunisia. Che avrebbe fatto riforme, che “gli occidentali” non capivano, che la democrazia deve partire dalla società e che lui avrebbe aperto la porta alla società.

Qualche giorno dopo la Siria tolse i filtri a internet mentre, parallelamente, metteva in prigione qualche oppositore. Si pensava che la cosa sarebbe più o meno finita lì. Invece il 15 marzo riprendono le manifestazioni. L’esplosione vera e propria avviene in una città periferica del Sud, Dara`a. La Siria infatti ha un anello debole: l’economia agricola, con la crescente mancanza d’acqua, non è stata adeguatamente sostenuta. Cause economiche, dunque, a cui si assommano le “tradizionali” richieste della “primavera araba”. Insomma, i presupposti ci sarebbero tutti, ma veniamo allo scenario internazionale: la Siria sta con l’Iran. Ha un ruolo cruciale in Libano. Recentemente ha aperto i suoi porti alla marina iraniana, da decenni protegge e finanzia diversi gruppi che in Libano e in Palestina si oppongono a Israele. La Siria non è un paese dove l’ONU possa intervenire o la NATO possa andare senza che vi sia un’immediata rappresaglia iraniana. E probabilmente, la prima cosa che farebbe l’Iran a titolo di rappresaglia, è la chiusura del Golfo Persico. Magari non riuscirebbe a bloccare il Golfo per molto, ma insomma diciamo che l’economia mondiale ne risentirebbe immediatamente. E poi inizierebbe una guerra senza fine. Risultato? Sul Manifesto del 29 marzo Michele Giorgio scriveva: “Nelle ultime ore, in appoggio al Presidente siriano è sceso il monarca saudita Abdallah […] mentre il segretario di stato americano Hillary Clinton ha assicurato che «l’intervento» militare in corso contro la Libia non si ripeterà in Siria, «perché il Congresso americano ritiene che il presidente siriano sia un riformatore»”.

Capite bene, insomma, quali sono i pesi e le misure in gioco.

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