Tunisia, la rivoluzione modello

IN GEOPOLITICA DELLE EMOZIONI DOMINIQUE Moïsi 1 descriveva il mondo musulmano, e in particolare il mondo arabo, come il polo mondiale della «cultura dell’umiliazione». Il ricercatore francese coglie, con qualche semplificazione di troppo, un aspetto indicato da molti come principale causa del fondamentalismo islamico: quella della percezione di sé nel mondo, decisamente logorata e tesa verso la prostrazione. Nell’analisi di Moïsi e di molti altri prima di lui 2 il terrorismo diviene diretta espressione di questo stato di cose 3.

Nel libro l’ipotesi di una rivolta non era nemmeno presa in considerazione; non è il solo: i commentatori, convulsamente, sono intenti a rielaborare le categorie di analisi per la sponda Sud del Mediterraneo, o per il mondo arabo, o per il Medio Oriente, questo è il motivo per cui, a partire dal 14 gennaio scorso, giorno in cui Zayn al-‘Ābidīn Bin ‘Alī fugge in Arabia Saudita sotto la pressione delle proteste, le analisi in esso contenute diventano deboli.

Ma non proprio da buttare: la cifra della rivolta tunisina è proprio l’umiliazione, anche se circostanziata e direzionata in maniera differente rispetto a quanto immaginato. La prostrazione e l’umiliazione dei tunisini aveva individuato il proprio nemico nell’autocrate e i suoi sodali, non nell’«Occidente» o negli ex coloni, mentre il discorso terrorista legava irrimediabilmente i due piani, e in senso gerarchico, nel calderone del «conflitto di civiltà».

Il fatto è molto chiaro considerando che il gesto estremo da cui tutto nasce – l’autoimmolazione nel fuoco di Muḥammad Bouazizi (Bū‘azīzī) – è compiuto in risposta a un’altrettanto estrema umiliazione inflitta non dall’«Occidente» o dal «faraone» di coranica memoria, bensì dal sistema dittatoriale e corrotto messo in piedi da Ben Ali in 23 anni di «regno». Come sottolinea Aḥmad Okasha (‘Ukaša), presidente dell’Ittihād al-aṭibbā’ al-nafsiyyīn al-’arab – un’associazione di psichiatri arabi – in un’intervista al giornale online Qantara.de: «Il suicidio è in genere un grido di aiuto, un atto di protesta contro una situazione particolare, un appello contro l’impotenza, la disperazione e la frustrazione». Ma allo stesso tempo ha avuto luogo «di fronte a edifici pubblici come per dire: “Noi siamo impoveriti e infelici. Voi non potete aiutarci…”» 4.

Il dato generazionale è fondamentale perché Bouazizi, e di seguito i suoi emuli tunisini, non aveva avuto nella sua vita altro riferimento che Ben Ali e il suo malgoverno. Era quello l’obiettivo della sua protesta. Il suo gesto non esprimeva un retaggio che andasse oltre i confini della sua situazione contingente e della sua generazione: non risaliva alle radici storiche di quello stato di prostrazione, non si appellava a una leggendaria «fierezza araba» alla Lawrence d’Arabia, non immaginava una «rivoluzione araba» o «storia araba» nel cui solco iscriversi né, tanto meno, aveva come riferimento il «martirio sulla via di Dio» di ispirazione islamica. Per riprendere le parole di Okasha: «Non credo che [quel suicidio] avesse qualcosa a che vedere con fantasie martiriologiche. (…) Molte persone senza prospettive per la loro frustrazione, disperazione e impotenza, hanno capito come deve essersi sentito [Bouazizi] e lo hanno visto come una sorta di role model».

Ciò che impedisce al mondo dell’informazione di considerare in progress la dinamica di quella che da sommossa localizzata diventerà nel giro di una decina di giorni una rivolta generalizzata è, insomma, una sorta di livello di improbabilità percepito, nel quale l’elemento che spicca non è il conteggio delle vittime dirette della repressione di piazza, bensì l’aumentare di emuli di Bouazizi.


17 dicembre-14 gennaio

Il 17 dicembre Ben Ali è a Dubai in vacanza con tutta la famiglia. È partito col suo aereo privato e non ritiene di dover rientrare in patria per gestire la situazione. Il giorno seguente, la prima grande manifestazione di protesta per le strade di Sidi Bouzid, viene repressa con violenza. Due giorni dopo la stessa situazione si ripete a Menzel Bouzaiene e tre giorni dopo, il 20 dicembre, Ben Ali decide di tornare, lasciando la famiglia a Dubai, per fare una dichiarazione in televisione. A tre giorni di distanza le proteste sono già estese a tutte le grandi città del paese, da nord a sud: Biserta, Ben Guerdane, Jendouba, Tunisi, Sousse, Kairouan, Sfax, Zarzis, Jerba. Tutte, sommariamente, si svolgono sullo stesso copione: gli assembramenti (spesso di fronte alle sedi del sindacato l’Ittiḥād al‘āmm al-tūnisī lil-šuġl, Union Générale Tunisienne du Travail, Ugtt) muovono verso i luoghi simbolo della corruzione e del malgoverno: le stazioni di polizia, i governatorati.

Da tumulto la protesta è divenuta subito rivolta con le sue parole d’ordine sono già tutte in campo: la Tunisia vuole democrazia e libertà, Ben Ali deve dimettersi, il partito del presidente – il Rassemblement constitutionnel démocratique, Rcd – deve sciogliersi, gli amici del dittatore devono cadere insieme al sistema corrotto che ha consegnato la Tunisia nelle mani di Leila Trabelsi (la moglie di Ben Ali) e la sua ramificata rete familiare, lo Stato di polizia deve cessare.

I media iniziano a interessarsi alla Tunisia più tardi, verso la fine di dicembre. I paradigmi interpretativi abituali sono insufficienti. Una protesta del genere, per molti, non sembra avere paralleli se non con le «rivolte del pane» degli anni Settanta e Ottanta. L’analisi – che fa capolino sintomaticamente in conseguenza dei primi moti in Algeria – si concentra sulla congiuntura economica mondiale ma, vista la solidità delle rivendicazioni dei manifestanti, appare incompleta. Non spiega la partecipazione di comitati di avvocati e magistrati, che escono in corteo dalle procure compatti e si uniscono alle proteste. Non siamo di fronte a una rivolta popolare spontanea: lo scontento si registra anche – e soprattutto – in quella che tutti possono riconoscere come classe media: i funzionari del Foro.

Quello che non viene riconosciuto, per ora, è insomma il secondo corno del problema tunisino, cioè l’assenza di democrazia e di libertà d’espressione, che porta la marea fino a Tunisi, il cuore del paese. Le forme e i modi delle prime manifestazioni nella capitale già disegnano un’immagine di un altro fondamentale segmento di protestatari: i giovani istruiti e disoccupati che vivono in uno stato di umiliazione paragonabile a quella dei loro omologhi meno fortunati, e che usano con perizia gli strumenti che permettono di aggirare, sulla rete Internet, i divieti del regime. La protesta esordisce nella capitale in forma di flash mob, una mobilitazione tipica di chi usa il web o i social network e che punta sull’effetto sorpresa.

Sarà questo segmento del movimento tunisino a organizzare il flusso delle informazioni verso i media internazionali, ricevendo aiuto, in forma di supporto logistico e di blocco di una serie di siti governativi, dall’organizzazione internazionale di hackers nota per aver appoggiato Julian Assange nei primi giorni del cablegate: Anonymous. Saranno loro, galvanizzati proprio dalle rivelazioni di WikiLeaks che finalmente danno una visibilità a vicende di corruzione e malaffare già ampiamente trattate 5 ma disconosciute dal mondo dell’informazione – che renderanno il mondo consapevole, attraverso la rete dei bloggers e i social network, del fatto che la rivolta tunisina coinvolge l’intera società e ha una piattaforma rivendicativa più che solida. Una rivolta che, nella percezione dei suoi protagonisti (e progressivamente in quella degli osservatori) assomiglia sempre più a una rivoluzione. È infatti una vera e propria onda rivoluzionaria quella che, nel giorno della fuga di Ben Ali e dopo violenti scontri e centinaia di morti, porterà i manifestanti in festa verso l’edificio del ministero dell’Interno per chiedere la messa al bando dell’Rcd.

Proprio di fronte a quel palazzo si infrangerà il «sogno rivoluzionario», perché lì le rivendicazioni andranno a cozzare contro la reazione di un sistema politicoeconomico nazionale che Ben Ali incarnava ma di cui non era certo l’unico attore. E contro criticità economiche ben più ampie della dimensione nazionale la cui soluzione non stava solo nella rimozione dei simboli.


From drill to skill

All’indomani del 14 gennaio in molti si sono chiesti quanto il dato congiunturale possa aver influito nell’accendersi della rivolta tunisina. Una delle analisi più brillanti a questo riguardo è certamente quella di Vicken Chetarian su Open Democracy 6, in cui accanto a un’osservazione del dato demografico, in costante crescita, si osservava che il mondo arabo dovrà far fronte a un crescente bisogno di approvvigionamento di cibo, energia e acqua. Questi tre elementi, associati alla chiusura dei sistemi politici che determinano un sempre più accentuato senso di ingiustizia, rendono i paesi interessati vere e proprie bombe ad orologeria.

Nello specifico tunisino le analisi non rilevavano il differenziale che a partire dall’arrivo di Ben Ali nel 1987 a oggi si andava accumulando fra indicatori economici sempre in crescita e distribuzione della ricchezza, dunque equità sociale.

In questo senso aver inserito la Tunisia nel tradizionale contenitore «africano» o «nordafricano e mediorientale» può aver falsato il piano di osservazione dato che il paese, in quel contesto, si trovava in cima – o quasi – a tutti gli indicatori di democrazia e di libertà d’espressione, di salute dell’economia, di maturità del sistema giudiziario. Mentre proprio la carenza di tutto questo ha giocato un ruolo fondamentale come elemento di fusione delle istanze di tutti i settori della società tunisina, dagli avvocati ai sindacati delle diverse categorie liberatisi dei quadri di più alto livello collegati al regime, dai giovani lavoratori più svantaggiati o disoccupati che vivono nell’indigenza e nella mancanza di prospettive, fino ai figli della sottile borghesia tunisina che pagano lo scotto di vivere in un paese dove libertà di espressione e democrazia non esistono.

L’articolo di Chetarian ci serve come cartina di tornasole per leggere il presente «postrivoluzionario» in una prospettiva non evenemenziale. Dopo il 14 gennaio i suicidi non sono cessati e le proteste si sono per lo più indirizzate, tornando in periferia, verso quei luoghi simbolici che le avevano contraddistinte in partenza: i posti di polizia e le prefetture. A questi elementi di continuità si è aggiunto un nuovo dato: in uno scenario in cui la mancanza di controlli nei porti tunisini, punto forte della «stabilità» garantita da Ben Ali, alleggerisce la pressione generatasi all’interno, migliaia di persone ridotte in miseria tentano la fuga via mare e sbarcano sulle coste italiane (sappiamo che probabilmente il fenomeno è stato acuito dalla politica di alleggerimento delle pressioni interne di Gheddafi, ma il dato esiste).

Sono entrambi segnali, questi, che ci fanno comprendere quanto la cosiddetta «rivoluzione del gelsomino» sia solo uno dei sintomi, il più eclatante dal punto di vista mediatico, di uno stato di sofferenza permanente e in crescita, che si avvita su se stesso in momenti di crisi dell’economia e si acuisce in assenza di democrazia. La Tunisia, così come altri paesi della sponda Sud del Mediterraneo coinvolti nell’ondata di proteste di questi mesi, vive insomma una crisi congiunturale cui si sommano problematiche strutturali. Ma è proprio qui che possiamo chiamare «rivoluzionari» gli eventi tunisini: l’esito principale della rivoluzione tunisina è infatti la nascita, in questo scenario, della praticabilità della politica. Il parametro che Chetarian considerava per ultimo, la giustizia, viene stravolto.


Pane e libertà

Sarebbe sbagliato pensare che la «rivoluzione del gelsomino» non affondi le radici nel passato. Anzi, è evidente che i precedenti non erano stati letti, a suo tempo, nella chiave giusta. Il riferimento è alle vere e proprie rivolte che hanno avuto luogo in due zone del paese tanto diverse dal punto di vista socio-economico quanto simili dal punto di vista della disperazione in cui erano state trascinate, e prototipiche dal punto di vista delle modalità di azione delle forze in campo: l’area mineraria interna e la frontiera con la Libia.

La prima rivolta è del gennaio del 2008. Lo scenario principale è la città mineraria di Redeyef, dove in seguito a un concorso pubblico truccato per 80 posti di lavoro presso la Cpg, la Compagnie des fosfates de Gafsa, i disoccupati della città occupano la sede regionale dell’Ugtt, considerato correo del misfatto, ricevendo subito la solidarietà di alcune parti del sindacato stesso e di pezzi della società civile locale e nazionale. Nello svolgersi delle proteste e delle lotte che si organizzeranno nei mesi successivi – soffocate nella violenza e chiusesi con l’arresto e l’incriminazione dei leader della rivolta fra cui il sindacalista Adnān Hāğğī, segretario del sindacato degli insegnanti – assisteremo al formarsi di quelle forze di opposizione sociale e a quelle modalità di protesta che ritroveremo due anni più tardi.

La seconda è invece dell’estate 2010 e ha come epicentro Ben Guerdane, una cittadina alla frontiera con la Libia la cui economia è basata sull’importazione legale e illegale di merci da quel paese. I commercianti sono già in agitazione per una tassa introdotta un anno prima dai libici sulle vetture in entrata in Libia. Ma a ribellarsi è l’intera città quando, il 15 agosto, viene chiusa la dogana di Ras el-Jedir, da dove passano ogni giorno e senza grandi controlli migliaia di vetture tunisine piene di merce di contrabbando. Gli scontri si verificano proprio sulla frontiera ma poi si spostano in città, dove nei tre giorni seguenti si intensificano. Il 19 agosto finalmente la frontiera riapre per sempre in quella che tutti leggono come una vittoria della popolazione contro le pretese del regime.

Guardando ai moti di Ben Guardane, intravediamo la reazione popolare all’intromissione, giunta a un livello intollerabile, del clan Ben Ali-Trabelsi nella vita economica del paese. Il momento di rottura si verifica quando alla popolazione viene tolta anche la possibilità di vivacchiare sul piccolo contrabbando, e questo è certamente spia di una disperazione profonda. Nel contesto dei moti di Redeyef, oltre ad assistere in nuce a quel tipo di «alleanza» fra settori della società che vedremo vincere due anni dopo, ritroviamo invece una spiegazione del perché nella «rivoluzione del gelsomino» alcuni giovani rivoltosi decideranno di togliersi la vita gettandosi sui cavi dell’alta tensione. La prima vittima della rivolta mineraria è Hišām Bin Ğiddu, che muore fulminato a Tabeddit nel tentativo di bloccare, insieme ad altri manifestanti, gli impianti della Cpg laddove è la polizia, secondo i manifestanti, ad aver causato la sua morte, riallacciando la corrente proprio nel momento in cui il ragazzo si aggrappava ai cavi. L’emulazione dei rivoltosi del 17 dicembre, in questo caso, non ha più molto a che vedere con il dato della disperazione e dell’umiliazione in sé. Rappresenta un passo in avanti, un porre in pubblico, attraverso un gesto estremo, un’istanza politica.


L’età della politica

Verso la fine di gennaio K. Salīm, un giornalista di Orano che scrive sotto falso nome sul quotidiano della seconda città algerina descriveva in questo modo gli esiti principali della rivoluzione tunisina: «L’entusiasmo nell’opinione pubblica è dovuto al fatto che i tunisini sono appena entrati nell’età della politica e hanno cessato di essere sudditi per diventare cittadini. È questo passaggio, inevitabile, all’età della politica che dispiace ai regimi e li rende distanti, ostili alla “rivoluzione del gelsomino”. Tuttavia, anche se il contagio politico non può diffondersi come un’epidemia di influenza, è già lì, in silenziosa incubazione. La Tunisia, democratizzandosi, ha fatto un balzo gigantesco per sé e per il resto del Maghreb. Nel caso di quel successo che vogliamo, i percorsi verso la cittadinanza che si forgiano in Tunisia possono aprire, finalmente, una prospettiva reale nel Maghreb» 7.

Effettivamente in queste prime settimane postrivoluzionarie la Tunisia sta vivendo una stagione di grande apertura: il solo fatto di poter ragionare sul presente e sul futuro, di poter criticare apertamente una posizione o l’altra, sta dando un impulso formidabile per la formazione di un nuovo spazio politico.

La descrizione del nuovo «paesaggio» sarebbe però falsata se non la si leggesse in relazione stretta col recente passato. A fronte di un «partito del capo», l’Rcd, che in parlamento raccoglieva più dell’80% dei seggi, ci sono gli altri partiti rappresentati nel parlamento precedente (Movimento dei democratici socialisti, Partito dell’unità popolare, Unione democratica unionista, Ettajdid (al-Tağdīd), Partito social-liberale, Partito dei verdi per il progresso) che – di opposizione o di governo che fossero – hanno oggi la necessità di svincolare la loro immagine da quella del sistema di potere precedente, ma hanno il vantaggio di poter contare su una struttura e un’organizzazione già operative. Ci sono poi i partiti che, sebbene riconosciuti, non hanno mai accettato la «farsa elettorale» del regime (il Partito democratico progressista di Aḥmad Nağīb al-Šābbī) e il Foro democratico per il lavoro e le libertà) che godono, rispetto ai precedenti, di un «vantaggio morale». Ci sono infine i partiti dell’opposizione non riconosciuti nel precedente sistema che hanno ottenuto la legalizzazione dopo il 14 gennaio (Tunisia verde, Partito socialista della sinistra tunisina, Partito patriottico e democratico del lavoro, Ba‘ṯ di obbedienza irachena, nasseristi progressisti, al-Wifāq) e quelli che non sono ancora legali perché non hanno fatto richiesta di legalizzazione o perché la loro richiesta non è stata ancora accolta (Ennahda, Partito comunista degli operai di Tunisia, Congresso per la repubblica di al-Munṣif Marzūqī, Hizb al-Taḥrīr, Movimento democratico tunisino, al-Waṯan).

Quest’ultimo gruppo è espressione di un passato repressivo più o meno lontano o di un presente in ebollizione. In esso troviamo due formazioni dell’islam politico (la prima, Ennahda, di impostazione liberal-democratica e la seconda, Hizb al-Taḥrīr, salafita e radicale), il partito di alMunṣif Marzūqī,, uno dei leader politici di opposizione maggiormente conosciuti in Francia e in generale all’estero, nato nel 2001 e sempre tenuto ai margini, ma anche il Movimento democratico tunisino, l’unico partito genuinamente «rivoluzionario», nato proprio il 14 gennaio 2011.

Molte di queste formazioni sono il risultato della scissione di un partito dovuta proprio all’atteggiamento assunto dai suoi leader in rapporto alle vicende politiche precedenti.

L’esempio più evidente è quello dei partiti ecologisti, uno «parlamentare» e l’altro appena legalizzato. La sinistra si presenta frazionata in socialisti, laburisti, comunisti. Per fare un altro esempio: l’antesignano Partito comunista tunisino, nato nel 1920, tornato alla legalità nel 1981 e divenuto post-comunista nel 1993 con il nome di Ettajdid (Rinnovamento) si confronta oggi col Partito comunista degli operai di Tunisia, o al-Badīl, di Ḥamma Hammāmī (ancora non riconosciuto), e con una sua scissione risalente agli anni Ottanta, il Partito socialista della sinistra tunisina (riconosciuto dopo il 14 gennaio).

A destra sembra avere un futuro assicurato proprio la Nahḍa di Rašīd Ġannūšī, il partito di ispirazione islamica, perché quel campo appare oggi tragicamente spoglio in conseguenza della deflagrazione del partito di Ben Ali e della caduta di credibilità dei suoi alleati liberal-democratici e/o liberisti. Quel movimento, che più di tutti ha destato timori nella pubblicistica poco informata, ha infatti da tempo immaginato un proprio ruolo all’interno di un contesto democratico, pluralista e soprattutto aperto al libero mercato. Nelle parole del suo leader, intervistato da Aljazeera 8, il modello di riferimento è la Turchia, e più in particolare il partito del premier Erdoğan, l’Akp. Al-Ġannūšī si immagina a dirigere un partito «demoislamico», aperto al libero mercato, non alla testa di una «Tunisia islamica» nel contesto di un «califfato islamico», come invece vorrebbero fare gli sparuti sostenitori del Hizb al-Taḥrīr, un’organizzazione politica panislamica e genericamente salafita fra le più diffuse al mondo, che ha fatto capolino in Tunisia negli ultimi tempi, ricevendo il biasimo delle altre forze politiche per le sue prese di posizione antisemite e totalitarie.

Anche di questo, e cioè di paletti, ha bisogno la Tunisia oggi perché questo è ciò che la «rivoluzione» ha ottenuto. Con i nuovi strumenti della democrazia, i tunisini dovranno ricostruire dalle fondamenta le istituzioni, gli apparati, la burocrazia del loro paese. E, ovviamente, affrontare le sue debolezze strutturali.

Certamente la situazione appare fluida ma instabile: ogni giorno una nuova formazione politica fa richiesta di riconoscimento ufficiale, mentre il premier Muḥammad Ġannūšī, simbolo per troppi tunisini di una rivoluzione vinta a metà, si è dimesso domenica 27 febbraio sulla spinta di imponenti manifestazioni, costate la vita a tre persone.

1. Milano 2009, Garzanti. Un’intervista con l’autore è disponibile online: www.carnegiecouncil.org/resources/transcripts/0161.html

2. A partire, ad esempio, da B. ÈTIENNE, L’islamisme radical, Paris 1987, Hachette.

3. Rileggendo i messaggi di bin Laden si ritrova in abbondanza il vero e proprio «genere» dell’invettiva contro i tiranni, e in particolare contro George W. Bush, il «faraone moderno». Vedi in A. BIFFI, La comunicazione di Osama bin Laden, 2009 (www.islamistica.com/anica_biffi/parla_bin_laden.html). Temi, questi, ripresi in abbondanza da tutta la letteratura jihadista.

4. www.qantara.de/webcom/show_article.php/_c-478/_nr-1156/i.html

5. N. BEAU, C. GRACIET, La régente de Carthage, Paris 2009, La Découverte, o M. M ARZOUKI, V. GEISSER, Dictateurs en sursis: Une voie démocratique pour le monde arabe, Paris 2009, Éditions de l’Atelier.

6. Vedi V. CHETARIAN (2010), «The Arab crisis: food, energy, water, justice», www.opendemocracy. net/vicken-cheterian/arab-crisis-food-energy-waterjustice? utm_source=feedblitz& utm_medium=FeedBlitzEmail& utm_content=201210& utm_campaign=Nig htly_ 2011-01-27%2005%3a30

7. www.lequotidien-oran.com/?news=5148397

8. english.aljazeera.net/news/africa/2011/02/2011233464273624.html

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