Al-Qaida in Libia, la polpetta avvelenata di Gheddafi

1. NON SAPPIAMO QUALE SCENARIO AVREMO di fronte in Libia nelle prossime settimane. Sappiamo però che Muammar Gheddafi la sua polpetta avvelenata l’ha già rilasciata: l’Emirato islamico di Libia. La liberazione di membri del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg) da parte del regime libico ha inizio nel 2007 e prende quota nell’ottobre del 2009, quando l’operazione si iscrive all’interno di una «strategia di riconciliazione» messa in atto da colui che, prima del massacro di questi giorni e dell’ormai famoso discorso in tv del 21 febbraio, sembrava a tutti «un moderato»: Seyf al-Islam Gheddafi («Schiacceremo la rivolta, combatteremo fino all’ultimo uomo, fino all’ultima pallottola»).

Dal febbraio 2009 il figlio di Gheddafi ha messo in piedi un’organizzazione, la Arab Alliance for Democracy, Development and Human Rights, con cui a più livelli e in diversi contesti interloquisce con enti internazionali di vario genere, fra cui le più grandi organizzazioni per i diritti umani, e attraverso la quale formalmente promuove riforme anche in Libia nel senso della democratizzazione e della promozione dei diritti umani.

Sappiamo oggi che questa organizzazione è un falso, frutto del caro vecchio gioco del «poliziotto buono (Seyf al-Islam)/poliziotto cattivo (Muammar)», grazie al quale il regime ha potuto affermare, fra l’altro, di aver avviato un processo di apertura e di dialogo nazionale e internazionale. (l’organizzazione di Seyf al-Islam è servita anche a «duplicare» le vere organizzazioni per i diritti umani e quindi a renderle meno visibili e autorevoli).

Nell’ottobre 2009 Seyf al-Islam fa firmare ai leader del Lifg il cosiddetto «Studio correttivo» sul jihād, un rigetto ufficiale della dottrina jihadista e takfiri di al-Qā‘ida da parte del gruppo (la Cnn entrò nel carcere di massima sicurezza di Abū Salīm per documentare l’evento). Contestualmente fa liberare una novantina fra militanti del Lifg e altri terroristi. Il Lifg, affiliato all’inizio al marchio al-Qā‘ida anche se, come diversi gruppi alqaidisti, discretamente autonomo, aveva condotto – principalmente negli anni Novanta – diversi attentati in Libia, aventi come obiettivo il rovesciamento del regime di Gheddafi. Il problema al-Qā‘ida non era ancora scoppiato in Occidente – l’11 settembre non c’era ancora stato – e quindi la richiesta che Gheddafi fece all’Interpol di spiccare un mandato di cattura internazionale per bin Laden cadde nel nulla. Il braccio libico di al-Qā‘ida operava contro Gheddafi ben prima dell’11 settembre. Bin Laden si era esplicitamente pronunciato contro il leader libico in uno dei suoi messaggi. E questo, curiosamente, andava a combaciare con alcuni interessi occidentali in Libia, motivo per cui nessuno si prese la briga di considerare la richiesta di Gheddafi. Anzi, la richiesta cadde a causa del veto britannico, che a quel tempo era ancora nel pieno dello scontro sulla vicenda di Lockerbie.

Comunque la componente libica di al-Qā‘ida, che aveva fatto parte dell’organizzazione sin dai primordi, e cioè al tempo degli «afghani arabi», ha tuttora una sua forte rilevanza all’interno dell’organizzazione (si veda ad esempio quel Abū Yaḥyā al-Lībī a un cui discorso il 20 settembre 2009 presenziava un presunto bin Laden). Unico dettaglio, non opera più in Libia. O meglio: il Lifg negli anni Novanta è stato praticamente sgominato e i suoi esponenti ancora attivi in Libia sono stati chiusi nel carcere di Abū Salīm (dove nel 1996, durante una rivolta interna, furono uccisi almeno 1.200 detenuti), mentre i veri e propri alqaidisti libici – che operano fuori di Libia – sono (per ora) ancora fuori dal paese, specialmente in Iraq. Dissociatosi da al-Qā‘ida e libero restava invece Noman Ben Othman, ex leader del Lifg. Era a Londra, luogo dal quale nel 2007 rientrò in Libia per iniziare a condurre con Seyf al-Islam la suddetta trattativa.


2. Una seconda ondata di liberazioni avviene nel marzo 2009. Il portavoce dell’organizzazione gheddafiana incaricata di riabilitare i terroristi dice in quel frangente: «Queste persone hanno completato il programma di riabilitazione che aveva l’obiettivo di far rifiutare la violenza ai prigionieri e reintegrarli nella società libica». Pronunciate da personaggi di cui oggi tutti conoscono gli attributi di efferatezza e inaffidabilità, queste affermazioni suonano come una minaccia, ma al tempo non destarono allarme, sebbene in questo nuovo rilascio di «cittadini modello» figurassero personaggi come l’autista di Osama bin Laden (Nāṣir Taylamūn), un ex di Guantánamo (Abu Sofian Ben Guemou), l’attuale riconosciuto leader del Lifg (‘Abd al-Hakīm Bilhāğ), il capo militare del Lifg (Khaled Shrif) e l’ideologo ufficiale del Lifg (Sāmī Sa‘dī).

Dal marzo 2009 a oggi il numero di «ex terroristi» liberati è di 350. Negli ultimi 5 anni i terroristi scarcerati sono 850. Ciò che più colpisce è che l’ultima ondata di liberazioni, 110 persone, avviene il 16 febbraio scorso, cioè un giorno prima della «rivoluzione di al-Mukhtar» o «Giorno della rabbia» libico, data di inizio della repressione. Il 20 febbraio, quando ancora la situazione era in pie­na evoluzione, un giornale molto vicino a Seyf al-Islam, Oea Libia, riportava: «I gruppi di rivoltosi presenti nelle regioni orientali della Libia hanno proclamato lo Stato islamico nella zona. (…) Nella città di Derna un leader islamico, ‘Abd al-Hakīm al-Haṣādī, ha proclamato l’emirato islamico indipendente in città».

Passiamo ora a WikiLeaks, che dalla fine di gennaio pubblica decine cablogrammi sulla Libia, uno dei quali ci racconta che fu l’organizzazione di Seyf al-Islam a chiedere e infine ottenere il rientro dei prigionieri libici di Guantánamo in patria (09TRIPOLI57, 2009-01-26), basandosi sul fatto che non venivano trattati in maniera appropriata sotto il profilo dei diritti umani. I cablo ci spiegano che l’accordo prevedeva la possibilità di visitare i detenuti e che gli americani ebbero diversi incontri con due di essi, senza mai riuscire ad avere libero accesso alla prigione dove erano rinchiusi. Il dispaccio più importante di tutti, in questo contesto, è datato 2 giugno 2008 (08TRIPOLI430): racconta di come a Derna si annidi da sempre l’estremismo islamico, di come la città sia la fucina dei qaidisti da esportazione a causa del senso di frustrazione della popolazione, che vorrebbe liberarsi di Gheddafi ma non ci riesce.

E così arriviamo alla notizia riferita da Al Arabiya il 23 febbraio e riportata da tutti i network del pianeta: il vice ministro degli Esteri libico, Ḫālid al-Ka‘īm, ribadisce che al-Qā‘ida ha stabilito un Emirato islamico a Derna e che quell’organizzazione pensa di creare uno «scenario afghano». Dice che a capo dell’Emirato c’è un ex prigioniero di Guantánamo, un certo ‘Abd al-Karīm (o ‘Abd al-Hakīm, le fonti divergono) al-Haṣādī. Lo stesso Muammar Gheddafi, in uno dei suoi comunicati, lo ha ribadito. Che il suo luogotenente ad al-Bayḍā’ è un certo Ḫayr Allāh Bar‘āṣī e che questi personaggi hanno iniziato a imporre il burqa alle donne. Dice proprio burqa, non niqāb, come sarebbe più logico visto che il burqa in Libia non si usa. La qual cosa, fra le altre, è spia di una vera e propria messa in scena, se pensiamo che questa messe di messaggi d’allarme è pronunciata di fronte agli ambasciatori dell’Ue riuniti per l’occasione.

È molto singolare, inoltre, che la memoria della Rete non tracci il nome del nuovo emiro in nessun testo che non sia riferito alla notizia stessa e che il nostro impositore di burqa non compaia nei cablo suddetti né nelle liste – a dire il vero incomplete – dei detenuti di Guantánamo. Ḫālid al-Ka‘īm, fra l’altro, è lo stesso funzionario che poche ore più tardi dichiarerà – secondo il giornale saudita basato a Londra, Ašarq al-Awsaṭ – che «i giornalisti entrati senza permesso in Libia verranno considerati collaboratori di al-Qā‘ida», lasciando intendere ai più avveduti che ciò che rimane del potere gheddafiano userà al-Qā‘ida come un randello nei confronti di tutti coloro che remano contro.


3. A questo punto dobbiamo fermarci e fare uno sforzo per distinguere la realtà dalla fiction: non è detto che la realtà – vista la massa di terroristi liberata negli ultimi tempi da Gheddafi junior – non sia «talibanizzante» né, d’altra parte, che tutte le persone liberate siano rientrate nelle file delle diverse sigle jihadiste e abbiano intenzione di riprendere le armi. Dobbiamo però constatare che l’o­biettivo di Gheddafi e del suo entourage è il potere o il caos, e che dunque uno scenario «afghano» potrebbe averlo messo in conto.

Se si parla del «rischio fondamentalismo» o «rischio al-Qā‘ida» in Libia e non si considera il ruolo storico del regime di Gheddafi nel tessere la trama del terrorismo islamico in quel paese, si offre una mezza verità che, come spesso succede, nasconde dietro di sé una bugia, colpevole o inconsapevole. È ciò che avviene quando Franco Frattini (Adnkronos, 8 gennaio) dice: «Se la Libia non avesse una politica antiterrorismo di controllo forte come quella che ha, nell’area di Bengasi le cellule del terrorismo sarebbero tremendamente vicine a casa nostra».

I programmi di riabilitazione per terroristi e i progetti di riconciliazione nazionale non sono esclusiva dei Gheddafi. Da anni l’Arabia Saudita ha un centro, per finanziare il quale spende 50 milioni di dollari all’anno, per la reintroduzione di centinaia di alqaidisti nella società. Da anni l’Algeria ha un programma di riconciliazione nazionale che ha portato alla liberazione di almeno 7.500 ex terroristi. Quanto ai recidivi di Guantánamo ne abbiamo testimonianza in Yemen e, di nuovo, in Arabia Saudita. Paesi che sappiamo essere in questi mesi nell’occhio del ciclone e i cui leader potrebbero, se messi alle corde, adottare la stessa strategia di Gheddafi.

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